IL SEGRETO DEL GIOCO DI SQUADRA

Capita che nelle aziende si utilizzino metafore legate allo sport per spiegare alcuni aspetti tipici delle relazioni fra le persone. Uno di questi è certamente il cosiddetto “team working”, ovvero il lavoro di squadra.

Anche nelle imprese, infatti, un gruppo di persone che lavora bene insieme ha più probabilità di raggiungere gli obiettivi prefissati. Ma cosa significa “lavorare bene insieme”? Significa, innanzitutto, agire in maniera compatta verso uno scopo comune anche se, come è giusto e comprensibile, ogni componente ha il proprio modo di fare e vedere le cose.

Ne abbiamo la prova dalla testimonianza di Michael Jordan, a detta di molti il più grande giocatore di basket della storia, quando afferma che “con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra e l’intelligenza che si vincono i campionati.”

D’altronde, quando il lavoro di squadra è armonico, registriamo subito:
– una distribuzione omogenea dei compiti attraverso la quale ogni giocatore si muove con maggiore sicurezza;
– una più diffusa focalizzazione sugli obiettivi e sul rispetto delle scadenze dettate da orari, allenamenti, partite;
– una trasmissione efficace delle informazioni corrette che agevola la capacità di prendere le decisioni migliori in tempi rapidi.
Quando, invece, mancano queste condizioni, succede che i giocatori si chiedano: «Perché dovrei scegliere ciò che è meglio per la mia squadra?» In questi casi uno o più membri del team potrebbe avvertire la sensazione di non avere più niente da dare o, addirittura, di perdere fiducia in se stesso e negli altri, siano essi compagni di squadra, allenatore o dirigenti.

Le cause di questa domanda possono essere eterogenee, ma solitamente riscontriamo:
– un calo di motivazioni;
– obiettivi poco chiari o poco condivisi;
– un livello di collaborazione basso.

Le aziende, e i gruppi in genere, che devono gestire questo tipo di problemi hanno poche, pochissime possibilità di risollevare le sorti del proprio andamento perché vengono a mancare gli elementi cardine del gioco di squadra. In questi casi è opportuno attivare un processo di analisi della situazione pragmatica e priva di qualsiasi forma di influenza personalistica. Nel mondo delle imprese si adottano, ad esempio, percorsi di team building, ovvero di costruzione o ricostruzione del gruppo.

I gruppi di lavoro che funzionano bene si riconoscono proprio da come sanno gestire i momenti critici, che è normale capitino, e che presuppongono una buona attitudine a mettersi in discussione. Quando questo accade notiamo subito che l’eventuale insuccesso viene distribuito tra tutti i membri della squadra e non viene scaricato sulle spalle di una sola persona. Notiamo come ogni componente porti il proprio bagaglio di conoscenze tecniche e relazionali all’interno del gruppo tramite uno scambio costante che arricchisce la qualità dell’impegno sotto tantissimi punti di vista.

L’interesse personale è perfettamente allineato a quello comune ed è subordinato agli interessi del gruppo: tutti i giocatori, indipendentemente dalle differenze tecniche che caratterizzano ognuno di loro, focalizzano il proprio impegno verso quegli obiettivi che l’imprenditore, ovvero la dirigenza, ha definito e condiviso in un processo di delega attivato con i crismi della competenza.

Non è un caso, infatti, che le aziende strutturate con questo approccio, dai team di Formula 1 alle franchigie professionistiche americane, prediligano il coinvolgimento di chi vanta una consolidata predisposizione alla ricerca del miglioramento delle proprie abilità attraverso il lavoro in team, una predisposizione che stimola esempio e senso di appartenenza.

Quali sono, allora, le caratteristiche comuni a quei gruppi che conseguono risultati in linea con le proprie aspettative? Cominciamo col dire che sono cinque e sono tutte parimenti indispensabili; la mancanza di una sola di queste condizioni, infatti, vanifica qualsiasi buona intenzione.

I pilastri sui quali erigere il lavoro di squadra sono collaborazione, comunicazione, relazione, fiducia e motivazione. Sono segnavia nella strada da percorrere per raggiungere quel piacere di giocare ed impegnarsi con il minor tasso di stress possibile a fronte di un deciso incremento del benessere psico-fisico, spesso non viene adeguatamente considerato.

Se per i primi quattro termini le possibili differenze di interpretazione sono pressoché minime, gli equivoci nascono più di frequente, sia nei gruppi sportivi che in quelli aziendali, intorno al concetto stesso di motivazione, una parola inflazionata che sottintende uno stato d’animo positivo a prescindere. In realtà, e gli esempi nella fattispecie si sprecano, la motivazione può essere stimolata da esperienze che ci piacciono di più e da altre di cui faremmo volentieri a meno.

MOTIVAZIONE: COS’È E COME FUNZIONA

Quando si parla di motivazione bisogna innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco: questo termine non ha un significato esclusivamente positivo, non sempre chi è motivato ha il sorriso stampato sulle labbra o sprizza energia da tutti i pori. Anzi, se per motivazione intendiamo la spinta ad agire, a mettere in atto comportamenti orientati ad uno scopo, se ne deduce che il MOTIVO alla base dell’AZIONE potrebbe anche essere una cattiva notizia, o uno stato emotivo negativo, o un risultato sotto le aspettative, situazioni che fanno scattare i cosiddetti “pensieri limitanti”, cioè quel dialogo interiore che porta a pensare: «Ecco, non mi riesce niente!»
È fondamentale valutare attentamente queste sfumature, perché è proprio in questi frangenti che si dovrebbero attivare strategie che indirizzino le energie nel verso positivo. Salvo casi limite, infatti, le persone non sono demotivate, ma può succedere che utilizzino il proprio potenziale in maniera disarmonica rispetto ai propositi iniziali.
Come far scattare allora la molla giusta quando ci sono quei giorni in cui vorresti semplicemente stenderti sul divano davanti alla TV? Beh, puoi cominciare con queste sette “app” da scaricare subito, apprezzatissime da molti atleti: 1) Visto che, secondo la medicina sportiva, non siamo altro che un sistema integrato tra una mente e un corpo, le cui componenti interagiscono e si modulano reciprocamente, è innanzitutto necessario fare qualcosa, muoversi in una direzione, cominciare da qualche parte, perché è probabile che resteremmo fermi se aspettassimo le condizioni ideali. 2) Parti da obiettivi che puoi raggiungere in breve tempo, soprattutto quando prevedi che l’impegno durerà un bel po’: scomponendo il tuo progetto in azioni più piccole, infatti, ne trovi certamente una che puoi iniziare e completare al volo. 3) Fissa una scadenza sfidante con un vero e proprio conto alla rovescia durante il quale apprezzi come ti stai man mano avvicinando al risultato atteso. 4) Non bruciare le tappe, soprattutto nelle fasi iniziali, e distribuisci uniformemente le energie fisiche e mentali di cui hai bisogno per approssimarti alla meta un po’ alla volta. 5) Segna i tuoi progressi tutti i giorni, sullo smartphone o su un diario, e osserva la fila di tanti piccoli miglioramenti, omogenei e costanti. 6) Scegli un’immagine che rappresenti il tuo obiettivo e mettila in posti a portata di sguardo: sul desktop, sul comodino, in auto… insomma, ovunque ci sia bisogno di un rapido promemoria. 7) Scrivi il premio che ti concederai ad ogni obiettivo raggiunto, piccolo o grande che sia e, quando te lo consegni, fatti i complimenti che ti sei meritato per l’impegno che ci hai messo.
Queste “app” hanno un pregio enorme: fanno scattare i cosiddetti “pensieri potenzianti”, cioè quel dialogo interiore che ti fa dire: «Ecco, ora sì che mi riesce tutto!»

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)

ROGER FEDERER: COSA CI INSEGNA IL CAMPIONE?

La maggior parte delle persone ritiene che la conquista di determinati risultati sia un po’ figlia della buona sorte e un po’ della (mai meglio identificata) predisposizione naturale. Questo matrimonio tra luoghi comuni genera due stati d’animo prevalenti: l’ammirazione e il senso di frustrazione.
Roger Federer, ormai senza ombra di dubbio il più grande tennista della storia, rappresenta quel tipo di campione capace di suscitare nel pubblico proprio questo tipo di reazioni: contro ogni pronostico ha conquistato il suo ottavo titolo a Wimbledon, il diciannovesimo in uno Slam; è stato il giocatore con più settimane al vertice dal ranking mondiale (327) e col maggior numero di partite disputate da n. 1; ha partecipato al maggior numero di finali (29) e di semifinali (42) ed è l’unico tennista della storia ad aver vinto per almeno 5 volte 3 tornei diversi del Grande Slam.
Questi e gli altri innumerevoli record assoluti che detiene, proiettano il campione svizzero oltre limiti difficilmente raggiungibili in futuro e che fanno elaborare al nostro cervello, così felicemente pigro e affezionato alla sua zona di comfort (come la chiamiamo in PNL), alcuni veloci e semplici concetti come il sempreverde “Facile, con un talento così!”, oppure il classico “Lui non ha mica i problemi che ho io!”, per arrivare al dietrologico “Ah, con tutti quegli sponsor!”.
Eppure, scorrendo la pagina Wikipedia di Federer, ho scoperto che non tutto è stato così facile ed automatico per lui, in particolare nel 2016 che non solo è stato il suo anno peggiore, ma che addirittura era dato come quello in cui avrebbe probabilmente annunciato il ritiro!
D’altronde, se ci riflettiamo un attimo, le avvisaglie c’erano tutte: aveva perso la prima posizione nella classifica APT già da fine 2012, veniva da quattro stagioni consecutive senza vincere una finale dello slam, alle patologie della schiena si era aggiunta la rottura del menisco ed era abbondantemente fuori dalla Top 10 assoluta. Insomma, a 35 anni sembrava proprio che il destino sportivo del nostro Roger, pluridecorato campione, ormai realizzato anche affettivamente con due coppie di gemelli (recordman anche a casa!) da crescere insieme alla sua Mirka nella loro splendida magione elvetica, fosse inesorabilmente segnato.
Eh già, sembrava.
Perché quando hai il sacro fuoco che arde, quando sai che con qualche piccolo accorgimento il motore andrebbe ancora a pieni giri, quando sei cresciuto a pane e gioco, beh!, la domanda che viene spontanea non dalla testa, ma dal profondo del cuore, è: “Come faccio a prendermi ancora qualche soddisfazione qua e là?”
Sì, quelle che ti fanno scorrere quel brividino sulla schiena tipo quando stai per fare qualcosa che sai ti piacerà e riavvolgi il nastro per rivedere tutte le volte che hai conquistato una tua vittoria.
Le stesse identiche domande che si è posto anche questo ragazzo di Basilea che ha cominciato a cercare le risposte giuste nel nuovo coach, in un training più rispettoso dei suoi limiti e nella ricerca di soluzioni che fin lì non aveva semplicemente avuto la necessità, l’opportunità o lo stimolo di adottare.
Ti faccio un esempio tra i tanti, ti va?
Bene, devi sapere che Roger ha migliorato le sue attitudini al gioco di volo, utilizzando più spesso il “serve & volley” e migliorando anche la precisione delle volée, specialmente quella di dritto, ritenuta in passato la meno efficace. Il tutto con una semplice quanto efficace modifica del posizionamento del corpo rispetto alla palla.
Capito? Si è concentrato sui piccoli particolari che fanno la differenza e li ha messi nella sua bella cassettina vicino a tutti gli altri attrezzi che l’esperienza garantisce!
Ora proviamo a riassumere insieme i tre punti chiave del percorso di Federer facilmente replicabili nella nostra quotidianità professionale e personale.
Il Campione scopre che ogni tanto il cambiamento è necessario: un altro coach, un’altra preparazione, un altro atteggiamento innanzitutto verso se stesso.
Il Campione scopre che la maggiore consapevolezza del tuo potenziale ancora inesplorato aiuta a diversificare le scelte e a ottenere risultati migliori con minore spreco.
Il Campione scopre che l’ambizione è un bene quando ti porta a cercare le soddisfazioni che meriti.
Ti confesso un segreto. Ogni tanto, quando la giornata non è (ancora) quella che desidero, do un’occhiata a questo video del Maestro, mi immergo nel suo atteggiamento e ascolto quanto è bello fare un piccolo passo avanti ogni giorno.
Respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.