EMERGENZA E STATI D’ANIMO

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra quotidianità e l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo le mette a dura prova.
In questi giorni, ad esempio, stiamo sperimentando la paura, l’emozione primaria che ci porta ad assumere comportamenti istintivi, convulsi e illogici anche per l’incertezza dettata all’allungarsi dei tempi.

La situazione di insicurezza, inoltre, scatena altre conseguenze come la propensione a percepire ogni minimo segnale fisico come un sicuro contagio; o come la diffidenza verso gli altri perché possibili veicoli del virus.
Sono reazioni del tutto comprensibili se pensiamo che il Coronavirus è infinitamente piccolo, ignoto e facilmente contagioso, il che ci fa sentire vulnerabili come un surfista di fronte allo tsunami.

Agitarsi è quindi legittimo, ma allo stesso modo in cui prendiamo coscienza di ciò che proviamo e delle relative cause, possiamo analogamente iniziare ad occuparci del problema con maggiore senso della prospettiva: le autorità sanitarie si stanno dando da fare pur tra mille difficoltà, abbiamo ormai imparato a memoria le regole di buon senso da osservare, cominciamo a trovare soluzioni alle complessità familiari e professionali in maniera anche molto creativa. Non è un caso, infatti, che molte persone si siano impegnate in nuove attività o in quelle trascurate per tanto tempo.

La stessa tecnologia, spesso accusata di essere il peggiore dei mali, ci sta dando un aiuto notevole a condizione che, pur comprendendo la necessità di mantenersi informati, si resti a distanza da quei media che cavalcano l’allarmismo con titoli utili solo a scatenare maggiore ansia e stress; Allo stesso modo, bisogna prestare attenzione a non cadere nell’uso eccessivo di social media ed e-games che portano a cercare forme di gratificazione artificiali che, una volta tornati alla normalità, potrebbero essere sfociati in forme di dipendenza.

Le forme di gratificazione naturali rimangono il mezzo migliore per superare questa fase: sono necessarie per la nostra sopravvivenza dalla notte dei tempi e si fondano su principi validi a tutte le latitudini, ovvero le relazioni familiari ed il cibo sano.
Così ci siamo evoluti, così torneremo ad incontrarci.

La frase giusta: Le persone che lavorano insieme vinceranno. Sia che si stia lottando contro una complessa difesa di football, o contro i problemi della società moderna. (Vince Lombardi)

LA GESTIONE DELLO STRESS PER LA CRESCITA DEL CALCIATORE

Ogni sport ha una stretta relazione con lo stress, per ogni atleta ed a qualunque livello. Le cause interne ed esterne che favoriscono questo fenomeno possono essere la paura, le aspettative, la poca autostima, l’avversario, il pubblico, i giornali, lo staff, l’ambiente. I motivi che possono generare stress sono tantissimi e rilevabili ovunque.

Ogni atleta è consapevole del fatto che questo elemento è potenzialmente in grado di incidere in maniera significativa sulla propria prestazione e, di conseguenza, su quella della squadra. Il timore che ci potrebbero essere ricadute sul risultato è fondato e questo potrebbe significare un tale ostacolo verso il successo da spingere lo sportivo a concentrarsi sul fenomeno emotivo in sé e non più sull’impegno agonistico.

Alcuni esperti di motivazione, o presunti tali, sostengono a tutti i costi che per affrontare questo stato basti il cosiddetto “pensiero positivo”, una modalità tanto in voga tra i guru del «Dai che ce la fai!», del «Volere è potere!», del «Quello che pensi crea la tua realtà!». E invece, fior di ricerche come quelle pubblicate dalla rivista Scientific American, dimostrano che un atteggiamento estremamente ottimista potrebbe addirittura portare ad ignorare variabili, pericoli e incognite, col rischio di passare dalla troppa ansia al più che controproducente atteggiamento incosciente.

Altre scuole di pensiero puntano su tecniche di rilassamento mutuate dalle discipline orientali che fanno leva su elementi di natura posturale, su determinati movimenti e sulla respirazione. Tali tecniche hanno un comprovato valore se praticate in contesti domestici o riservati, dove regna il silenzio o quasi. Il loro limite, in chiave agonistica, è proprio la distrazione cui si è soggetti, soprattutto da giovani, in spogliatoio o in mezzo al campo.

Tra le molte soluzioni che il calciatore può adottare per gestire lo stress, piuttosto, c’è un comune denominatore che va sottolineato ancor prima di scegliere quella giusta: è impensabile praticare uno sport in assenza di tensione, in particolare quando il contesto è sfidante o si è ambiziosi come spesso succede proprio nel calcio. Il punto, infatti, non è avere o non avere stress, la differenza sta tutta in cosa si decide di farne e in come si decide di indirizzarlo.

Prima di una gara, ad esempio, capita di chiedersi: «Sono così teso. E adesso?». Di fronte a parole di questo tipo il nostro focus rimane bloccato sul problema. Pertanto dovremmo formulare la domanda in maniera diversa proprio perché è di fatto impossibile non avvertire questo tipo si sensazione, più o meno forte. Non solo, potrebbe addirittura essere pericoloso non avvertirla. Il giusto livello di stress, infatti, dà carica, energia e concentrazione, e in più stimola l’attività del sistema immunitario come dimostrato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford (USA). Di fatto, è quanto di meglio possa servire al calciatore per affrontare l’impegno con maggiore sicurezza, resistere alla tentazione di mollare e superare gli ostacoli che si troverà di fronte.

E allora, qual è la domanda giusta che si pongono i calciatori che mantengono sempre alto il proprio livello di prestazioni? È presto detto. La domanda corretta è: «Come posso usare la tensione che sento per dare il meglio di me ora?». Quella che alcuni grandi atleti mostrano apparentemente non è serenità, è stress utilizzato in chiave positiva: è la stessa quantità di energia, solo che viene veicolata per ottenere un risultato in linea con le proprie aspettative.

La differenza tra stress “cattivo” (detto distress) e stress “buono” (detto eustress), infatti, dipende certamente dalla qualità dell’alimentazione e del sonno, così come dalla quantità di impegni da gestire in un certo lasso di tempo. Ma c’è un fattore spesso trascurato e che dipende solo ed esclusivamente dal calciatore: dove indirizza la propria attenzione? Cosa suggerisce al proprio cervello con le parole che utilizza e con le immagini che si generano di conseguenza?

Recenti studi, come quello dell’Accademia Nazionale di Scienze degli Stati Uniti, hanno scoperto che l’utilizzo di alcune parole incide in maniera fortissima sui livelli di stress. Allenatori e campioni, di ieri e di oggi, come Fabio Capello, Carlo Ancelotti, Roberto Mancini, Alessandro Del Piero, Vincenzo Montella, Leonardo Bonucci e molti altri, utilizzano proprio questo tipo di approccio per gestire al meglio i propri stati emotivi: li riconoscono, innanzitutto, e poi li trasformano attraverso il dialogo interiore che obbliga a pensare oltre il problema per arrivare dritti alla soluzione, ovvero la giusta carica di tensione per affrontare la prestazione nelle condizioni ideali!

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)