L’ATTEGGIAMENTO DEL CAMPIONE

Spesso si ritiene che il campione nasca con le stimmate del successo. Non è esattamente così, o almeno è vero solo in parte. Per ottenere risultati di alto livello ci sono condizioni che pochi sono disposti ad accettare, a partire da un dato di fatto: il campione sa di avere un talento, ma sa anche che deve condirlo con sette, preziosissimi ingredienti.
Quali sono? Eccoli: 1) maggiore disponibilità a soffrire e rialzarsi dalle cadute; 2) capacità di lettura positiva del singolo episodio; 3) abitudine a dare il meglio anche quando le condizioni non sono ottimali; 4) attitudine a vivere il contesto presente; 5) consapevolezza dei propri punti di forza; 6) necessità di avere verifiche costanti; 7) senso di responsabilità.
Approfondiamoli uno ad uno, in modo da avere una visione d’insieme sull’atteggiamento vincente da tenere sul campo come nella vita di tutti i giorni.
1) Maggiore disponibilità a soffrire e rialzarsi dalle cadute.
Ogni atleta patisce delle cadute, anche molto dolorose, dalle quali sembra complicato rialzarsi: c’è chi decide di mollare tutto per raccontarsi storielle come: «Forse non ero portato», «Ci riescono solo i raccomandati», «Vince chi riceve gli “aiutini”», e così via; c’è chi si crea alibi o addossa colpe agli altri in un bel mix di rabbia, frustrazione e senso di impotenza; e c’è, invece, il campione che decide di rialzarsi subito al di là delle cause della caduta, e rimodella l’esperienza come un momento di apprendimento.
2) Capacità di lettura positiva del singolo episodio.
Quando viviamo un’esperienza, il nostro cervello le dà una connotazione bella o brutta. Se diamo, ad esempio, un significato negativo ad una sconfitta, rischiamo di fare come quel grande tennista che da under 18 ebbe una serie di sonore disfatte contro atleti meno talentuosi. Allora il suo coach gli chiese cosa avesse imparato e lui, dopo avergli risposto male, fu tentato di abbandonare l’attività. Poi, passata la delusione, tornò e disse: «Ho imparato che devo conquistarmi ogni match chiunque sia l’avversario». Il campione attribuisce ad ogni episodio un’accezione migliorativa, a prescindere dal fatto che sia positivo o negativo.
3) Abitudine a dare il meglio anche quando le condizioni non sono ottimali.
Tutti sono bravi ad andare forte quando stanno bene e sono risposati, mentre in pochi vanno forte anche quando sono stanchi. I campioni, invece, sono abituati a dare il meglio di sé indipendentemente dalle proprie condizioni fisiche e mentali, dal meteo o dall’ambiente. I campioni danno sempre il massimo per superare la loro “asticella” e andare oltre il limite precedente. Si vede già in allenamento, quando una seduta fatta a mille a fronte di una condizione non eccezionale, rivela quella forza interiore che trasformeranno in competizione.
4) Attitudine a vivere il contesto presente.
Il campione vive… fuori dal tempo! Proprio così, è talmente focalizzato su quello che sta facendo qui ed ora, da evitare sia di esaltare o biasimare il passato, sia di proiettarsi nel futuro creando riferimenti e pre-occupazioni superflue. Vive nel presente. Si allena perché gli dà un’enorme soddisfazione farlo, perché desidera migliorarsi giorno dopo giorno. E quando sta gareggiando, inutile sottolinearlo, vuole vincere e resta concentrato solo sull’istante che sta vivendo nella sua trance agonistica.
5) Consapevolezza dei propri punti di forza.
Il campione esalta i suoi punti di forza senza farne un’ossessione o pretendere la perfezione assoluta. È molto bravo a costruire la propria sicurezza su ciò che sa fare bene, a renderlo speciale, affinché possa finalizzarlo ancora meglio di prima e dell’avversario. È così che rende i propri punti di forza delle caratteristiche straordinarie, senza cadere nel tranello dei classici percorsi scolastici, secondo i quali se fai bene nove cose e ne sbagli una, tutta l’attenzione viene posta sull’unico errore!
6) Necessità di avere verifiche costanti.
Per la maggior parte degli atleti, purtroppo, gli indicatori di performance si limitano alla gara. Quasi tutti, infatti, aspettano la partita per valutare se sono in linea con gli obiettivi fissati. Il campione, invece, è sicuro di raggiungere la cima con dei controlli costanti. Se sono in linea, si chiede quanto è possibile accelerare; se non lo sono, fa un’analisi e ricalibra i vari passaggi. Non perde tempo ad aspettare il match per fare stime isolate, ma approfitta di ogni istante per confrontarsi con allenatori e preparatori sul proprio processo di crescita.
7) Senso di responsabilità.
Tra tutte le caratteristiche che contraddistinguono l’atteggiamento di un campione da quello altrui, questa è forse la più rara e, al tempo stesso, la più importante. Il campione non cerca meriti e colpe nella fortuna o nella sfortuna. Ciò che accade, nel bene e nel male, non dipende da agenti esterni, ma solo da se stesso, dal suo impegno e da come affronta il momento. È il campione stesso ad assumersi la responsabilità di far eccellere il proprio talento, unico ed inimitabile.

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)

LA GESTIONE DELLO STRESS PER LA CRESCITA DEL CALCIATORE

Ogni sport ha una stretta relazione con lo stress, per ogni atleta ed a qualunque livello. Le cause interne ed esterne che favoriscono questo fenomeno possono essere la paura, le aspettative, la poca autostima, l’avversario, il pubblico, i giornali, lo staff, l’ambiente. I motivi che possono generare stress sono tantissimi e rilevabili ovunque.

Ogni atleta è consapevole del fatto che questo elemento è potenzialmente in grado di incidere in maniera significativa sulla propria prestazione e, di conseguenza, su quella della squadra. Il timore che ci potrebbero essere ricadute sul risultato è fondato e questo potrebbe significare un tale ostacolo verso il successo da spingere lo sportivo a concentrarsi sul fenomeno emotivo in sé e non più sull’impegno agonistico.

Alcuni esperti di motivazione, o presunti tali, sostengono a tutti i costi che per affrontare questo stato basti il cosiddetto “pensiero positivo”, una modalità tanto in voga tra i guru del «Dai che ce la fai!», del «Volere è potere!», del «Quello che pensi crea la tua realtà!». E invece, fior di ricerche come quelle pubblicate dalla rivista Scientific American, dimostrano che un atteggiamento estremamente ottimista potrebbe addirittura portare ad ignorare variabili, pericoli e incognite, col rischio di passare dalla troppa ansia al più che controproducente atteggiamento incosciente.

Altre scuole di pensiero puntano su tecniche di rilassamento mutuate dalle discipline orientali che fanno leva su elementi di natura posturale, su determinati movimenti e sulla respirazione. Tali tecniche hanno un comprovato valore se praticate in contesti domestici o riservati, dove regna il silenzio o quasi. Il loro limite, in chiave agonistica, è proprio la distrazione cui si è soggetti, soprattutto da giovani, in spogliatoio o in mezzo al campo.

Tra le molte soluzioni che il calciatore può adottare per gestire lo stress, piuttosto, c’è un comune denominatore che va sottolineato ancor prima di scegliere quella giusta: è impensabile praticare uno sport in assenza di tensione, in particolare quando il contesto è sfidante o si è ambiziosi come spesso succede proprio nel calcio. Il punto, infatti, non è avere o non avere stress, la differenza sta tutta in cosa si decide di farne e in come si decide di indirizzarlo.

Prima di una gara, ad esempio, capita di chiedersi: «Sono così teso. E adesso?». Di fronte a parole di questo tipo il nostro focus rimane bloccato sul problema. Pertanto dovremmo formulare la domanda in maniera diversa proprio perché è di fatto impossibile non avvertire questo tipo si sensazione, più o meno forte. Non solo, potrebbe addirittura essere pericoloso non avvertirla. Il giusto livello di stress, infatti, dà carica, energia e concentrazione, e in più stimola l’attività del sistema immunitario come dimostrato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford (USA). Di fatto, è quanto di meglio possa servire al calciatore per affrontare l’impegno con maggiore sicurezza, resistere alla tentazione di mollare e superare gli ostacoli che si troverà di fronte.

E allora, qual è la domanda giusta che si pongono i calciatori che mantengono sempre alto il proprio livello di prestazioni? È presto detto. La domanda corretta è: «Come posso usare la tensione che sento per dare il meglio di me ora?». Quella che alcuni grandi atleti mostrano apparentemente non è serenità, è stress utilizzato in chiave positiva: è la stessa quantità di energia, solo che viene veicolata per ottenere un risultato in linea con le proprie aspettative.

La differenza tra stress “cattivo” (detto distress) e stress “buono” (detto eustress), infatti, dipende certamente dalla qualità dell’alimentazione e del sonno, così come dalla quantità di impegni da gestire in un certo lasso di tempo. Ma c’è un fattore spesso trascurato e che dipende solo ed esclusivamente dal calciatore: dove indirizza la propria attenzione? Cosa suggerisce al proprio cervello con le parole che utilizza e con le immagini che si generano di conseguenza?

Recenti studi, come quello dell’Accademia Nazionale di Scienze degli Stati Uniti, hanno scoperto che l’utilizzo di alcune parole incide in maniera fortissima sui livelli di stress. Allenatori e campioni, di ieri e di oggi, come Fabio Capello, Carlo Ancelotti, Roberto Mancini, Alessandro Del Piero, Vincenzo Montella, Leonardo Bonucci e molti altri, utilizzano proprio questo tipo di approccio per gestire al meglio i propri stati emotivi: li riconoscono, innanzitutto, e poi li trasformano attraverso il dialogo interiore che obbliga a pensare oltre il problema per arrivare dritti alla soluzione, ovvero la giusta carica di tensione per affrontare la prestazione nelle condizioni ideali!

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)

ELOGIO DELL’INCOMPETENZA

Ci siamo fermati, molti resteranno indietro, pochi evolveranno.

È un dato di fatto che alcuni capisaldi del nostro comune sentire soffrano di una crisi profonda e radicata. Religione, scuola, sport, politica e informazione, infatti, stanno subendo in Italia un’oggettiva involuzione quantitativa e qualitativa.
La conoscenza rende liberi, afferma qualcuno. E noi abbiamo subappaltato la nostra libertà a pochi mestieranti del nulla di cui ammiriamo l’inconsistenza dinanzi ad uno schermo, magari ne celebriamo la vacuità in uno di quegli stucchevoli format televisivi triti e ritriti, spesso li eleviamo al rango di idoli perché noi stessi ci siamo fermati dinanzi alla possibilità di essere, finalmente, liberi.
Forse per paura o forse per educazione, è come se avessimo rallentato, se non addirittura bloccato, il nostro processo evolutivo con tutte le ricadute sociali e civili del caso.

I dati recenti, ad esempio, indicano una sempre minore frequenza dell’ambiente ecclesiale; dall’oratorio ai matrimoni religiosi, dai battesimi alle feste comandate, è un fuggi fuggi dalle acquasantiere, al punto che ormai si aspetta che qualcuno passi a miglior vita per dare linfa all’offertorio.

E la scuola? Mentre assistiamo ad un rimescolamento di vecchi e nuovi ordinamenti, sperimentazioni e format didattici che sembrano usciti dalla penna di Stephen King, i numeri OCSE indicano una sempre più diffusa incapacità degli studenti nel far di conto o mettere in fila soggetto, predicato e complemento con un minimo di logica grammaticale. Il tutto ben condito da un ginepraio di regolamenti che ha come unica costante 200 giorni di lezione e 165 giorni di vacanza (!); un rapporto scriteriato, figlio di un modello arcaico dove il padre lavorava la campagna e la madre badava al focolare domestico.

Se ci affacciamo sul mondo dello sport, ahinoi!, l’alto numero di praticanti soffoca nel mare di scuse reiterate, a partire da quella dei fondi sempre più esigui concessi dall’ente pubblico per giustificare un calo di prestazioni che, a titolo di esempio emblematico, ha trovato il suo apice lo scorso 13 novembre quando la nazionale quadricampione del mondo ha inopinatamente mancato la qualificazione all’ormai prossimo mondiale di calcio in Russia dopo 60 anni.
Quello che ne è seguito tra poltrone da preservare, lotte intestine, commissariamenti, scandali, fallimenti, inciampi dialettici (d’altronde, se l’istruzione è quella di cui sopra..) e sconfitte oltre confine, beh, è cronaca ancora, drammaticamente, attuale e poco ha a che fare con un vero disegno di ricostruzione tecnico-agonistica. E sia chiaro che le altre discipline, a cominciare dal basket e da sua maestà l’atletica, godono delle medesime miserie, amministrate come sono dai medesimi figuri, lasciate marcire dalle medesime consorterie.

Un po’ quello che succede nei palazzi della politica, un ambientino mai stato facile che, vivaddio, sapeva reggersi su alcuni principi condivisi come la gavetta, il rispetto dei ruoli, un linguaggio accurato e la scelta tendenzialmente meritocratica della classe dirigente.
E poi? Cosa è successo? Come siamo arrivati a ridurci così?
Il Parlamento è popolato da figure mitologiche metà turpiloquio e metà ignoranza (d’altronde, se l’istruzione è quella di cui sopra..), da carovane di pregiudicati e mestatori, da supposti sanificatori e certi affabulatori, in un tutti contro tutti da far rimpiangere prima repubblica, pentapartiti e accordicchi.

A parlare di tutti questi teatrini tricolori, sui media nazionali e locali, tradizionali e digitali, imperversano giornalisti o presunti tali che esibiscono grammatiche incerte (d’altronde, se l’istruzione è quella di cui sopra..), errori da matita blu e inflessioni dialettali che li rendono talmente familiari che li inviteresti a cena per toglierli dall’evidente impaccio.
Dicono che sia colpa dei tagli alle spese, che le prime vittime sono stati i cosiddetti correttori di bozze cui alcun apostrofo sfuggiva, che sia diventata prassi il ricorso da parte dei direttori all’ambizioso ed acerbo freelance. Sarà anche vero, resta il fatto che la funzione di alfabetizzazione, esercitata meritoriamente da quotidiani, radio e tv tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, è stata completamente ribaltata da un processo di dis-alfabetizzazione di cui, se mi è concesso, gradirei non arrivare a conoscere le conseguenze.

Non ho un’idea precisa di quando e come tutto questo abbia avuto inizio. Lascio volentieri l’analisi delle cause ai più esperti in materia.
Mi limito ad una più cruda disamina dello stato dell’arte e non posso che ricondurre il tutto ad una diffusa, strisciante e nociva incompetenza che, spiace dirlo, è innanzitutto in capo a chi ha il compito delle scelte.
Abbiamo progressivamente affidato ruoli delicatissimi ad una serie di personaggi di dubbio gusto, lacunosa cultura e spiccata predisposizione all’avanspettacolo.
Eh già, è proprio vero.
Ma è altresì vero che costoro rappresentano noi: sono la nostra faccia, le nostre passioni e le nostre idee nei diversi consessi che oggi critichiamo per la loro mediocrità quando noi stessi ci siamo progressivamente adagiati su un presunto benessere che se è (forse, ma proprio forse) economico, non è certamente intellettuale.
Eh già, è proprio vero.
Ma è altresì vero che poco stiamo facendo per sovvertire questa tendenza, che molto stiamo investendo in lamentele improduttive, che troppo ci stiamo affidando ai semidei che fanno man bassa di like, love & lol sui social network in una scoliosi rincoglionistica che ci fa regredire a proscimmie solo un po’ meglio vestite.
Eh già, è proprio vero.
Ma è altresì vero che ci sono esempi tutt’altro che negativi. Potremmo serenamente derubricarli alla voce eccezioni, fenomeni isolati e asistemici frutto dall’intuito, dalla buona volontà e dalle competenze di poche e acclarate eccellenze.

Ma proprio da queste ripartiamo, accidenti!
Ripartiamo dalla voglia di farci contaminare, ripartiamo dalla possibilità di frequentare persone capaci di ispirarci, ripatiamo da chi dimostra di valere in base ai risultati, e non più alle flatulenze, che produce.
Un prete coinvolgente che ci parli di un Cristo che viene a trovarci tutti i giorni; un docente illuminato che faccia innamorare della conoscenza; un atleta carismatico attraverso il sorriso di una medaglia conquistata col sudore e non coi selfie; un rappresentante delle istituzioni che coniughi il verbo della diplomazia al futuro della sua gente; un cronista che conosca la nostra magnifica lingua e la usi per scrivere di ciò che vede e di ciò che sa.
Tutti conosciamo almeno un punto di riferimento per ognuno di questi mondi.
Tutti conosciamo almeno un momento in cui siamo stati migliori di oggi.
Tutti conosciamo almeno un modo per respirare energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.