FUORI DALLA CAPANNA!

Ci stiamo avviando lentamente al ritorno alla normalità dopo un periodo complicato sotto moltissimi punti di vista. Ora che, seppur con le precauzioni del caso, si possono riprendere le relazioni col mondo esterno cominciano a verificarsi delle situazioni un po’ strane, anche se non del tutto inattese.

Si registrano, infatti, moltissimi casi di vera e propria fobia ad uscire di casa, quel luogo che per alcuni si è via via trasformato in un vero e proprio bunker, al riparo da possibili pericoli. Se è vero che nelle primissime settimane la stragrande maggioranza delle persone ha gestito a fatica la clausura forzata, sono aumentati in maniera esponenziale i casi di persone che ora hanno notevoli difficoltà a riprendere la vita sociale che avevano prima del lockdown.

Le ragioni sono molteplici e variegate: dalla paura alla scoperta di spazi prima sconosciuti, dal timore di contrarre patologie alla comodità per alcuni nel lavorare da casa, dai problemi economici allo stravolgimento degli stili di vita, il tempo ha radicato l’abitudine a rimanersene tra le mura domestiche. Si chiama “sindrome della capanna” o “del prigioniero”, un fenomeno che conosce bene chi è stato magari costretto a lunghi periodi di degenza e con cui oggi si stima abbia a che fare un italiano su sei.

I segnali possono essere sbalzi d’umore, insonnia e irascibilità, con cui è opportuno convivere per poco. Meglio darsi da fare, gradualmente e a piccole dosi fatte di passeggiate all’aria aperta, salutari anche per un fisico intorpidito dopo tanta sedentarietà, semmai insieme a persone che ci conoscono bene.
Nei momenti in cui si è in casa meglio stare lontani da tv, radio e social network che continuano a parlare del periodo che ci stiamo finalmente mettendo alle spalle. In quei momenti è decisamente più piacevole riprendere quel vecchio hobby, o sfogliare un libro, o chiamare persone che non sentiamo da tempo.

Possiamo e dobbiamo cercare quelle attività che prevedono un deciso distacco, anche in questo caso progressivo ma costante, da tutto ciò che è schermo, il mezzo attraverso il quale abbiamo filtrato la realtà negli ultimi tre mesi, il mezzo del quale fare finalmente a meno per uscire dalla capanna!

La frase giusta: Cambiando l’atteggiamento interno delle loro menti, gli esseri umani possono cambiare gli aspetti esteriori della loro vita. (William James )

EMERGENZA E STATI D’ANIMO

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra quotidianità e l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo le mette a dura prova.
In questi giorni, ad esempio, stiamo sperimentando la paura, l’emozione primaria che ci porta ad assumere comportamenti istintivi, convulsi e illogici anche per l’incertezza dettata all’allungarsi dei tempi.

La situazione di insicurezza, inoltre, scatena altre conseguenze come la propensione a percepire ogni minimo segnale fisico come un sicuro contagio; o come la diffidenza verso gli altri perché possibili veicoli del virus.
Sono reazioni del tutto comprensibili se pensiamo che il Coronavirus è infinitamente piccolo, ignoto e facilmente contagioso, il che ci fa sentire vulnerabili come un surfista di fronte allo tsunami.

Agitarsi è quindi legittimo, ma allo stesso modo in cui prendiamo coscienza di ciò che proviamo e delle relative cause, possiamo analogamente iniziare ad occuparci del problema con maggiore senso della prospettiva: le autorità sanitarie si stanno dando da fare pur tra mille difficoltà, abbiamo ormai imparato a memoria le regole di buon senso da osservare, cominciamo a trovare soluzioni alle complessità familiari e professionali in maniera anche molto creativa. Non è un caso, infatti, che molte persone si siano impegnate in nuove attività o in quelle trascurate per tanto tempo.

La stessa tecnologia, spesso accusata di essere il peggiore dei mali, ci sta dando un aiuto notevole a condizione che, pur comprendendo la necessità di mantenersi informati, si resti a distanza da quei media che cavalcano l’allarmismo con titoli utili solo a scatenare maggiore ansia e stress; Allo stesso modo, bisogna prestare attenzione a non cadere nell’uso eccessivo di social media ed e-games che portano a cercare forme di gratificazione artificiali che, una volta tornati alla normalità, potrebbero essere sfociati in forme di dipendenza.

Le forme di gratificazione naturali rimangono il mezzo migliore per superare questa fase: sono necessarie per la nostra sopravvivenza dalla notte dei tempi e si fondano su principi validi a tutte le latitudini, ovvero le relazioni familiari ed il cibo sano.
Così ci siamo evoluti, così torneremo ad incontrarci.

La frase giusta: Le persone che lavorano insieme vinceranno. Sia che si stia lottando contro una complessa difesa di football, o contro i problemi della società moderna. (Vince Lombardi)

QUAL È IL TUO OBIETTIVO?

La poca abitudine a costruire e rimanere concentrati sull’obiettivo sta diventando uno dei problemi più diffusi nella vita delle imprese. Una commessa andata male, i numerosi impegni dentro e fuori dall’azienda, un contrattempo o un periodo di mercato non eccezionale; sono tutti fattori che possono distrarre imprenditori e manager dal risultato che intendono raggiungere.

Chi invece ha imparato a formulare correttamente i propri obiettivi ottiene due vantaggi: ha un livello di motivazione mediamente più alto, sia nelle fasi più intense che in quelle più tranquille, ed è decisamente più focalizzato rispetto a chi si affida al caso.

Per definire correttamente un obiettivo è innanzitutto necessario che sia espresso in positivo. Se, ad esempio, vuoi perdere peso, l’obiettivo sarà “Voglio dimagrire” piuttosto di “Non voglio ingrassare”. Il secondo passaggio consiste nell’indicare un valore oggettivo e misurabile (“Voglio dimagrire di 5 kg”). Poi è indispensabile stabilire la data entro la quale si intende arrivare a quel risultato specifico (“Voglio dimagrire di 5 kg entro il 31 dicembre 2019”).

A questi passaggi vanno aggiunte alcune considerazioni qualitative, a partire dalla responsabilità: l’obiettivo dipende dalla volontà della persona che se lo prefigge, non dal desiderio di qualcun altro (genitori, partner, capi, clienti, fornitori, ecc.). Inoltre, vanno effettuate delle verifiche periodiche per valutare a che punto si è lungo la linea temporale delimitata e per ricalibrarla all’occorrenza.

Infine, è opportuno individuare le professionalità e gli strumenti di cui eventualmente è raccomandato disporre per rendere ancora più efficace il percorso verso la meta.

La frase giusta: Ogni giorno, fai almeno un passo ben definito verso il tuo obiettivo. (Bruce Lee)

CHI FA SBAGLIA, CHI LO AMMETTE VINCE

Alla domanda «Hai commesso più errori o hai ottenuto più successi nella tua vita?» è probabile che la risposta sia «Più errori!».
Sia chiaro che questo non significa essere poco bravo, anzi. Significa che l’errore è uno strumento di apprendimento, tant’è che la maggior parte della nostra esperienza si forma per tentativi.

Di fatto, l’errore ci dice che qualcosa non sta andando come vorremmo. Senza questo segnale non saremmo in grado di comprendere a che punto siamo nel processo di crescita. È un po’ come giocare all’allegro chirurgo, quando l’errore nell’eseguire un’azione fa scattare un segnale acustico. Allora riconosciamo l’errore e troviamo alternative migliori.

Spesso, però, si pensa che il non ammettere gli sbagli sia da “fighi”, atteggiamento tipico degli individui orgogliosi che caratterizza proprio chi ha paura di fallire, al punto da utilizzare l’orgoglio stesso come scudo.
Questo ci insegna che più proviamo a mostrarci all’altezza e più ci chiuderemo a riccio in caso di errore. La serena ammissione dell’errore, invece, insieme al confronto aperto sulle soluzioni, è più efficace per abbassare la percentuale di errori a favore dei successi.

La frase giusta: Dentro un ring o fuori, non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra. (Muhammad Ali)

MOTIVAZIONE: COS’È E COME FUNZIONA

Quando si parla di motivazione bisogna innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco: questo termine non ha un significato esclusivamente positivo, non sempre chi è motivato ha il sorriso stampato sulle labbra o sprizza energia da tutti i pori. Anzi, se per motivazione intendiamo la spinta ad agire, a mettere in atto comportamenti orientati ad uno scopo, se ne deduce che il MOTIVO alla base dell’AZIONE potrebbe anche essere una cattiva notizia, o uno stato emotivo negativo, o un risultato sotto le aspettative, situazioni che fanno scattare i cosiddetti “pensieri limitanti”, cioè quel dialogo interiore che porta a pensare: «Ecco, non mi riesce niente!»
È fondamentale valutare attentamente queste sfumature, perché è proprio in questi frangenti che si dovrebbero attivare strategie che indirizzino le energie nel verso positivo. Salvo casi limite, infatti, le persone non sono demotivate, ma può succedere che utilizzino il proprio potenziale in maniera disarmonica rispetto ai propositi iniziali.
Come far scattare allora la molla giusta quando ci sono quei giorni in cui vorresti semplicemente stenderti sul divano davanti alla TV? Beh, puoi cominciare con queste sette “app” da scaricare subito, apprezzatissime da molti atleti: 1) Visto che, secondo la medicina sportiva, non siamo altro che un sistema integrato tra una mente e un corpo, le cui componenti interagiscono e si modulano reciprocamente, è innanzitutto necessario fare qualcosa, muoversi in una direzione, cominciare da qualche parte, perché è probabile che resteremmo fermi se aspettassimo le condizioni ideali. 2) Parti da obiettivi che puoi raggiungere in breve tempo, soprattutto quando prevedi che l’impegno durerà un bel po’: scomponendo il tuo progetto in azioni più piccole, infatti, ne trovi certamente una che puoi iniziare e completare al volo. 3) Fissa una scadenza sfidante con un vero e proprio conto alla rovescia durante il quale apprezzi come ti stai man mano avvicinando al risultato atteso. 4) Non bruciare le tappe, soprattutto nelle fasi iniziali, e distribuisci uniformemente le energie fisiche e mentali di cui hai bisogno per approssimarti alla meta un po’ alla volta. 5) Segna i tuoi progressi tutti i giorni, sullo smartphone o su un diario, e osserva la fila di tanti piccoli miglioramenti, omogenei e costanti. 6) Scegli un’immagine che rappresenti il tuo obiettivo e mettila in posti a portata di sguardo: sul desktop, sul comodino, in auto… insomma, ovunque ci sia bisogno di un rapido promemoria. 7) Scrivi il premio che ti concederai ad ogni obiettivo raggiunto, piccolo o grande che sia e, quando te lo consegni, fatti i complimenti che ti sei meritato per l’impegno che ci hai messo.
Queste “app” hanno un pregio enorme: fanno scattare i cosiddetti “pensieri potenzianti”, cioè quel dialogo interiore che ti fa dire: «Ecco, ora sì che mi riesce tutto!»

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)

L’ATTEGGIAMENTO DEL CAMPIONE

Spesso si ritiene che il campione nasca con le stimmate del successo. Non è esattamente così, o almeno è vero solo in parte. Per ottenere risultati di alto livello ci sono condizioni che pochi sono disposti ad accettare, a partire da un dato di fatto: il campione sa di avere un talento, ma sa anche che deve condirlo con sette, preziosissimi ingredienti.
Quali sono? Eccoli: 1) maggiore disponibilità a soffrire e rialzarsi dalle cadute; 2) capacità di lettura positiva del singolo episodio; 3) abitudine a dare il meglio anche quando le condizioni non sono ottimali; 4) attitudine a vivere il contesto presente; 5) consapevolezza dei propri punti di forza; 6) necessità di avere verifiche costanti; 7) senso di responsabilità.
Approfondiamoli uno ad uno, in modo da avere una visione d’insieme sull’atteggiamento vincente da tenere sul campo come nella vita di tutti i giorni.
1) Maggiore disponibilità a soffrire e rialzarsi dalle cadute.
Ogni atleta patisce delle cadute, anche molto dolorose, dalle quali sembra complicato rialzarsi: c’è chi decide di mollare tutto per raccontarsi storielle come: «Forse non ero portato», «Ci riescono solo i raccomandati», «Vince chi riceve gli “aiutini”», e così via; c’è chi si crea alibi o addossa colpe agli altri in un bel mix di rabbia, frustrazione e senso di impotenza; e c’è, invece, il campione che decide di rialzarsi subito al di là delle cause della caduta, e rimodella l’esperienza come un momento di apprendimento.
2) Capacità di lettura positiva del singolo episodio.
Quando viviamo un’esperienza, il nostro cervello le dà una connotazione bella o brutta. Se diamo, ad esempio, un significato negativo ad una sconfitta, rischiamo di fare come quel grande tennista che da under 18 ebbe una serie di sonore disfatte contro atleti meno talentuosi. Allora il suo coach gli chiese cosa avesse imparato e lui, dopo avergli risposto male, fu tentato di abbandonare l’attività. Poi, passata la delusione, tornò e disse: «Ho imparato che devo conquistarmi ogni match chiunque sia l’avversario». Il campione attribuisce ad ogni episodio un’accezione migliorativa, a prescindere dal fatto che sia positivo o negativo.
3) Abitudine a dare il meglio anche quando le condizioni non sono ottimali.
Tutti sono bravi ad andare forte quando stanno bene e sono risposati, mentre in pochi vanno forte anche quando sono stanchi. I campioni, invece, sono abituati a dare il meglio di sé indipendentemente dalle proprie condizioni fisiche e mentali, dal meteo o dall’ambiente. I campioni danno sempre il massimo per superare la loro “asticella” e andare oltre il limite precedente. Si vede già in allenamento, quando una seduta fatta a mille a fronte di una condizione non eccezionale, rivela quella forza interiore che trasformeranno in competizione.
4) Attitudine a vivere il contesto presente.
Il campione vive… fuori dal tempo! Proprio così, è talmente focalizzato su quello che sta facendo qui ed ora, da evitare sia di esaltare o biasimare il passato, sia di proiettarsi nel futuro creando riferimenti e pre-occupazioni superflue. Vive nel presente. Si allena perché gli dà un’enorme soddisfazione farlo, perché desidera migliorarsi giorno dopo giorno. E quando sta gareggiando, inutile sottolinearlo, vuole vincere e resta concentrato solo sull’istante che sta vivendo nella sua trance agonistica.
5) Consapevolezza dei propri punti di forza.
Il campione esalta i suoi punti di forza senza farne un’ossessione o pretendere la perfezione assoluta. È molto bravo a costruire la propria sicurezza su ciò che sa fare bene, a renderlo speciale, affinché possa finalizzarlo ancora meglio di prima e dell’avversario. È così che rende i propri punti di forza delle caratteristiche straordinarie, senza cadere nel tranello dei classici percorsi scolastici, secondo i quali se fai bene nove cose e ne sbagli una, tutta l’attenzione viene posta sull’unico errore!
6) Necessità di avere verifiche costanti.
Per la maggior parte degli atleti, purtroppo, gli indicatori di performance si limitano alla gara. Quasi tutti, infatti, aspettano la partita per valutare se sono in linea con gli obiettivi fissati. Il campione, invece, è sicuro di raggiungere la cima con dei controlli costanti. Se sono in linea, si chiede quanto è possibile accelerare; se non lo sono, fa un’analisi e ricalibra i vari passaggi. Non perde tempo ad aspettare il match per fare stime isolate, ma approfitta di ogni istante per confrontarsi con allenatori e preparatori sul proprio processo di crescita.
7) Senso di responsabilità.
Tra tutte le caratteristiche che contraddistinguono l’atteggiamento di un campione da quello altrui, questa è forse la più rara e, al tempo stesso, la più importante. Il campione non cerca meriti e colpe nella fortuna o nella sfortuna. Ciò che accade, nel bene e nel male, non dipende da agenti esterni, ma solo da se stesso, dal suo impegno e da come affronta il momento. È il campione stesso ad assumersi la responsabilità di far eccellere il proprio talento, unico ed inimitabile.

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)

LA GESTIONE DELLO STRESS PER LA CRESCITA DEL CALCIATORE

Ogni sport ha una stretta relazione con lo stress, per ogni atleta ed a qualunque livello. Le cause interne ed esterne che favoriscono questo fenomeno possono essere la paura, le aspettative, la poca autostima, l’avversario, il pubblico, i giornali, lo staff, l’ambiente. I motivi che possono generare stress sono tantissimi e rilevabili ovunque.

Ogni atleta è consapevole del fatto che questo elemento è potenzialmente in grado di incidere in maniera significativa sulla propria prestazione e, di conseguenza, su quella della squadra. Il timore che ci potrebbero essere ricadute sul risultato è fondato e questo potrebbe significare un tale ostacolo verso il successo da spingere lo sportivo a concentrarsi sul fenomeno emotivo in sé e non più sull’impegno agonistico.

Alcuni esperti di motivazione, o presunti tali, sostengono a tutti i costi che per affrontare questo stato basti il cosiddetto “pensiero positivo”, una modalità tanto in voga tra i guru del «Dai che ce la fai!», del «Volere è potere!», del «Quello che pensi crea la tua realtà!». E invece, fior di ricerche come quelle pubblicate dalla rivista Scientific American, dimostrano che un atteggiamento estremamente ottimista potrebbe addirittura portare ad ignorare variabili, pericoli e incognite, col rischio di passare dalla troppa ansia al più che controproducente atteggiamento incosciente.

Altre scuole di pensiero puntano su tecniche di rilassamento mutuate dalle discipline orientali che fanno leva su elementi di natura posturale, su determinati movimenti e sulla respirazione. Tali tecniche hanno un comprovato valore se praticate in contesti domestici o riservati, dove regna il silenzio o quasi. Il loro limite, in chiave agonistica, è proprio la distrazione cui si è soggetti, soprattutto da giovani, in spogliatoio o in mezzo al campo.

Tra le molte soluzioni che il calciatore può adottare per gestire lo stress, piuttosto, c’è un comune denominatore che va sottolineato ancor prima di scegliere quella giusta: è impensabile praticare uno sport in assenza di tensione, in particolare quando il contesto è sfidante o si è ambiziosi come spesso succede proprio nel calcio. Il punto, infatti, non è avere o non avere stress, la differenza sta tutta in cosa si decide di farne e in come si decide di indirizzarlo.

Prima di una gara, ad esempio, capita di chiedersi: «Sono così teso. E adesso?». Di fronte a parole di questo tipo il nostro focus rimane bloccato sul problema. Pertanto dovremmo formulare la domanda in maniera diversa proprio perché è di fatto impossibile non avvertire questo tipo si sensazione, più o meno forte. Non solo, potrebbe addirittura essere pericoloso non avvertirla. Il giusto livello di stress, infatti, dà carica, energia e concentrazione, e in più stimola l’attività del sistema immunitario come dimostrato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford (USA). Di fatto, è quanto di meglio possa servire al calciatore per affrontare l’impegno con maggiore sicurezza, resistere alla tentazione di mollare e superare gli ostacoli che si troverà di fronte.

E allora, qual è la domanda giusta che si pongono i calciatori che mantengono sempre alto il proprio livello di prestazioni? È presto detto. La domanda corretta è: «Come posso usare la tensione che sento per dare il meglio di me ora?». Quella che alcuni grandi atleti mostrano apparentemente non è serenità, è stress utilizzato in chiave positiva: è la stessa quantità di energia, solo che viene veicolata per ottenere un risultato in linea con le proprie aspettative.

La differenza tra stress “cattivo” (detto distress) e stress “buono” (detto eustress), infatti, dipende certamente dalla qualità dell’alimentazione e del sonno, così come dalla quantità di impegni da gestire in un certo lasso di tempo. Ma c’è un fattore spesso trascurato e che dipende solo ed esclusivamente dal calciatore: dove indirizza la propria attenzione? Cosa suggerisce al proprio cervello con le parole che utilizza e con le immagini che si generano di conseguenza?

Recenti studi, come quello dell’Accademia Nazionale di Scienze degli Stati Uniti, hanno scoperto che l’utilizzo di alcune parole incide in maniera fortissima sui livelli di stress. Allenatori e campioni, di ieri e di oggi, come Fabio Capello, Carlo Ancelotti, Roberto Mancini, Alessandro Del Piero, Vincenzo Montella, Leonardo Bonucci e molti altri, utilizzano proprio questo tipo di approccio per gestire al meglio i propri stati emotivi: li riconoscono, innanzitutto, e poi li trasformano attraverso il dialogo interiore che obbliga a pensare oltre il problema per arrivare dritti alla soluzione, ovvero la giusta carica di tensione per affrontare la prestazione nelle condizioni ideali!

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)

ROGER FEDERER: COSA CI INSEGNA IL CAMPIONE?

La maggior parte delle persone ritiene che la conquista di determinati risultati sia un po’ figlia della buona sorte e un po’ della (mai meglio identificata) predisposizione naturale. Questo matrimonio tra luoghi comuni genera due stati d’animo prevalenti: l’ammirazione e il senso di frustrazione.
Roger Federer, ormai senza ombra di dubbio il più grande tennista della storia, rappresenta quel tipo di campione capace di suscitare nel pubblico proprio questo tipo di reazioni: contro ogni pronostico ha conquistato il suo ottavo titolo a Wimbledon, il diciannovesimo in uno Slam; è stato il giocatore con più settimane al vertice dal ranking mondiale (327) e col maggior numero di partite disputate da n. 1; ha partecipato al maggior numero di finali (29) e di semifinali (42) ed è l’unico tennista della storia ad aver vinto per almeno 5 volte 3 tornei diversi del Grande Slam.
Questi e gli altri innumerevoli record assoluti che detiene, proiettano il campione svizzero oltre limiti difficilmente raggiungibili in futuro e che fanno elaborare al nostro cervello, così felicemente pigro e affezionato alla sua zona di comfort (come la chiamiamo in PNL), alcuni veloci e semplici concetti come il sempreverde “Facile, con un talento così!”, oppure il classico “Lui non ha mica i problemi che ho io!”, per arrivare al dietrologico “Ah, con tutti quegli sponsor!”.
Eppure, scorrendo la pagina Wikipedia di Federer, ho scoperto che non tutto è stato così facile ed automatico per lui, in particolare nel 2016 che non solo è stato il suo anno peggiore, ma che addirittura era dato come quello in cui avrebbe probabilmente annunciato il ritiro!
D’altronde, se ci riflettiamo un attimo, le avvisaglie c’erano tutte: aveva perso la prima posizione nella classifica APT già da fine 2012, veniva da quattro stagioni consecutive senza vincere una finale dello slam, alle patologie della schiena si era aggiunta la rottura del menisco ed era abbondantemente fuori dalla Top 10 assoluta. Insomma, a 35 anni sembrava proprio che il destino sportivo del nostro Roger, pluridecorato campione, ormai realizzato anche affettivamente con due coppie di gemelli (recordman anche a casa!) da crescere insieme alla sua Mirka nella loro splendida magione elvetica, fosse inesorabilmente segnato.
Eh già, sembrava.
Perché quando hai il sacro fuoco che arde, quando sai che con qualche piccolo accorgimento il motore andrebbe ancora a pieni giri, quando sei cresciuto a pane e gioco, beh!, la domanda che viene spontanea non dalla testa, ma dal profondo del cuore, è: “Come faccio a prendermi ancora qualche soddisfazione qua e là?”
Sì, quelle che ti fanno scorrere quel brividino sulla schiena tipo quando stai per fare qualcosa che sai ti piacerà e riavvolgi il nastro per rivedere tutte le volte che hai conquistato una tua vittoria.
Le stesse identiche domande che si è posto anche questo ragazzo di Basilea che ha cominciato a cercare le risposte giuste nel nuovo coach, in un training più rispettoso dei suoi limiti e nella ricerca di soluzioni che fin lì non aveva semplicemente avuto la necessità, l’opportunità o lo stimolo di adottare.
Ti faccio un esempio tra i tanti, ti va?
Bene, devi sapere che Roger ha migliorato le sue attitudini al gioco di volo, utilizzando più spesso il “serve & volley” e migliorando anche la precisione delle volée, specialmente quella di dritto, ritenuta in passato la meno efficace. Il tutto con una semplice quanto efficace modifica del posizionamento del corpo rispetto alla palla.
Capito? Si è concentrato sui piccoli particolari che fanno la differenza e li ha messi nella sua bella cassettina vicino a tutti gli altri attrezzi che l’esperienza garantisce!
Ora proviamo a riassumere insieme i tre punti chiave del percorso di Federer facilmente replicabili nella nostra quotidianità professionale e personale.
Il Campione scopre che ogni tanto il cambiamento è necessario: un altro coach, un’altra preparazione, un altro atteggiamento innanzitutto verso se stesso.
Il Campione scopre che la maggiore consapevolezza del tuo potenziale ancora inesplorato aiuta a diversificare le scelte e a ottenere risultati migliori con minore spreco.
Il Campione scopre che l’ambizione è un bene quando ti porta a cercare le soddisfazioni che meriti.
Ti confesso un segreto. Ogni tanto, quando la giornata non è (ancora) quella che desidero, do un’occhiata a questo video del Maestro, mi immergo nel suo atteggiamento e ascolto quanto è bello fare un piccolo passo avanti ogni giorno.
Respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.