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L’ATTEGGIAMENTO DEL CAMPIONE

Spesso si ritiene che il campione nasca con le stimmate del successo. Non è esattamente così, o almeno è vero solo in parte. Per ottenere risultati di alto livello ci sono condizioni che pochi sono disposti ad accettare, a partire da un dato di fatto: il campione sa di avere un talento, ma sa anche che deve condirlo con sette, preziosissimi ingredienti.
Quali sono? Eccoli: 1) maggiore disponibilità a soffrire e rialzarsi dalle cadute; 2) capacità di lettura positiva del singolo episodio; 3) abitudine a dare il meglio anche quando le condizioni non sono ottimali; 4) attitudine a vivere il contesto presente; 5) consapevolezza dei propri punti di forza; 6) necessità di avere verifiche costanti; 7) senso di responsabilità.
Approfondiamoli uno ad uno, in modo da avere una visione d’insieme sull’atteggiamento vincente da tenere sul campo come nella vita di tutti i giorni.
1) Maggiore disponibilità a soffrire e rialzarsi dalle cadute.
Ogni atleta patisce delle cadute, anche molto dolorose, dalle quali sembra complicato rialzarsi: c’è chi decide di mollare tutto per raccontarsi storielle come: «Forse non ero portato», «Ci riescono solo i raccomandati», «Vince chi riceve gli “aiutini”», e così via; c’è chi si crea alibi o addossa colpe agli altri in un bel mix di rabbia, frustrazione e senso di impotenza; e c’è, invece, il campione che decide di rialzarsi subito al di là delle cause della caduta, e rimodella l’esperienza come un momento di apprendimento.
2) Capacità di lettura positiva del singolo episodio.
Quando viviamo un’esperienza, il nostro cervello le dà una connotazione bella o brutta. Se diamo, ad esempio, un significato negativo ad una sconfitta, rischiamo di fare come quel grande tennista che da under 18 ebbe una serie di sonore disfatte contro atleti meno talentuosi. Allora il suo coach gli chiese cosa avesse imparato e lui, dopo avergli risposto male, fu tentato di abbandonare l’attività. Poi, passata la delusione, tornò e disse: «Ho imparato che devo conquistarmi ogni match chiunque sia l’avversario». Il campione attribuisce ad ogni episodio un’accezione migliorativa, a prescindere dal fatto che sia positivo o negativo.
3) Abitudine a dare il meglio anche quando le condizioni non sono ottimali.
Tutti sono bravi ad andare forte quando stanno bene e sono risposati, mentre in pochi vanno forte anche quando sono stanchi. I campioni, invece, sono abituati a dare il meglio di sé indipendentemente dalle proprie condizioni fisiche e mentali, dal meteo o dall’ambiente. I campioni danno sempre il massimo per superare la loro “asticella” e andare oltre il limite precedente. Si vede già in allenamento, quando una seduta fatta a mille a fronte di una condizione non eccezionale, rivela quella forza interiore che trasformeranno in competizione.
4) Attitudine a vivere il contesto presente.
Il campione vive… fuori dal tempo! Proprio così, è talmente focalizzato su quello che sta facendo qui ed ora, da evitare sia di esaltare o biasimare il passato, sia di proiettarsi nel futuro creando riferimenti e pre-occupazioni superflue. Vive nel presente. Si allena perché gli dà un’enorme soddisfazione farlo, perché desidera migliorarsi giorno dopo giorno. E quando sta gareggiando, inutile sottolinearlo, vuole vincere e resta concentrato solo sull’istante che sta vivendo nella sua trance agonistica.
5) Consapevolezza dei propri punti di forza.
Il campione esalta i suoi punti di forza senza farne un’ossessione o pretendere la perfezione assoluta. È molto bravo a costruire la propria sicurezza su ciò che sa fare bene, a renderlo speciale, affinché possa finalizzarlo ancora meglio di prima e dell’avversario. È così che rende i propri punti di forza delle caratteristiche straordinarie, senza cadere nel tranello dei classici percorsi scolastici, secondo i quali se fai bene nove cose e ne sbagli una, tutta l’attenzione viene posta sull’unico errore!
6) Necessità di avere verifiche costanti.
Per la maggior parte degli atleti, purtroppo, gli indicatori di performance si limitano alla gara. Quasi tutti, infatti, aspettano la partita per valutare se sono in linea con gli obiettivi fissati. Il campione, invece, è sicuro di raggiungere la cima con dei controlli costanti. Se sono in linea, si chiede quanto è possibile accelerare; se non lo sono, fa un’analisi e ricalibra i vari passaggi. Non perde tempo ad aspettare il match per fare stime isolate, ma approfitta di ogni istante per confrontarsi con allenatori e preparatori sul proprio processo di crescita.
7) Senso di responsabilità.
Tra tutte le caratteristiche che contraddistinguono l’atteggiamento di un campione da quello altrui, questa è forse la più rara e, al tempo stesso, la più importante. Il campione non cerca meriti e colpe nella fortuna o nella sfortuna. Ciò che accade, nel bene e nel male, non dipende da agenti esterni, ma solo da se stesso, dal suo impegno e da come affronta il momento. È il campione stesso ad assumersi la responsabilità di far eccellere il proprio talento, unico ed inimitabile.

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)

LA GESTIONE DELLO STRESS PER LA CRESCITA DEL CALCIATORE

Ogni sport ha una stretta relazione con lo stress, per ogni atleta ed a qualunque livello. Le cause interne ed esterne che favoriscono questo fenomeno possono essere la paura, le aspettative, la poca autostima, l’avversario, il pubblico, i giornali, lo staff, l’ambiente. I motivi che possono generare stress sono tantissimi e rilevabili ovunque.

Ogni atleta è consapevole del fatto che questo elemento è potenzialmente in grado di incidere in maniera significativa sulla propria prestazione e, di conseguenza, su quella della squadra. Il timore che ci potrebbero essere ricadute sul risultato è fondato e questo potrebbe significare un tale ostacolo verso il successo da spingere lo sportivo a concentrarsi sul fenomeno emotivo in sé e non più sull’impegno agonistico.

Alcuni esperti di motivazione, o presunti tali, sostengono a tutti i costi che per affrontare questo stato basti il cosiddetto “pensiero positivo”, una modalità tanto in voga tra i guru del «Dai che ce la fai!», del «Volere è potere!», del «Quello che pensi crea la tua realtà!». E invece, fior di ricerche come quelle pubblicate dalla rivista Scientific American, dimostrano che un atteggiamento estremamente ottimista potrebbe addirittura portare ad ignorare variabili, pericoli e incognite, col rischio di passare dalla troppa ansia al più che controproducente atteggiamento incosciente.

Altre scuole di pensiero puntano su tecniche di rilassamento mutuate dalle discipline orientali che fanno leva su elementi di natura posturale, su determinati movimenti e sulla respirazione. Tali tecniche hanno un comprovato valore se praticate in contesti domestici o riservati, dove regna il silenzio o quasi. Il loro limite, in chiave agonistica, è proprio la distrazione cui si è soggetti, soprattutto da giovani, in spogliatoio o in mezzo al campo.

Tra le molte soluzioni che il calciatore può adottare per gestire lo stress, piuttosto, c’è un comune denominatore che va sottolineato ancor prima di scegliere quella giusta: è impensabile praticare uno sport in assenza di tensione, in particolare quando il contesto è sfidante o si è ambiziosi come spesso succede proprio nel calcio. Il punto, infatti, non è avere o non avere stress, la differenza sta tutta in cosa si decide di farne e in come si decide di indirizzarlo.

Prima di una gara, ad esempio, capita di chiedersi: «Sono così teso. E adesso?». Di fronte a parole di questo tipo il nostro focus rimane bloccato sul problema. Pertanto dovremmo formulare la domanda in maniera diversa proprio perché è di fatto impossibile non avvertire questo tipo si sensazione, più o meno forte. Non solo, potrebbe addirittura essere pericoloso non avvertirla. Il giusto livello di stress, infatti, dà carica, energia e concentrazione, e in più stimola l’attività del sistema immunitario come dimostrato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford (USA). Di fatto, è quanto di meglio possa servire al calciatore per affrontare l’impegno con maggiore sicurezza, resistere alla tentazione di mollare e superare gli ostacoli che si troverà di fronte.

E allora, qual è la domanda giusta che si pongono i calciatori che mantengono sempre alto il proprio livello di prestazioni? È presto detto. La domanda corretta è: «Come posso usare la tensione che sento per dare il meglio di me ora?». Quella che alcuni grandi atleti mostrano apparentemente non è serenità, è stress utilizzato in chiave positiva: è la stessa quantità di energia, solo che viene veicolata per ottenere un risultato in linea con le proprie aspettative.

La differenza tra stress “cattivo” (detto distress) e stress “buono” (detto eustress), infatti, dipende certamente dalla qualità dell’alimentazione e del sonno, così come dalla quantità di impegni da gestire in un certo lasso di tempo. Ma c’è un fattore spesso trascurato e che dipende solo ed esclusivamente dal calciatore: dove indirizza la propria attenzione? Cosa suggerisce al proprio cervello con le parole che utilizza e con le immagini che si generano di conseguenza?

Recenti studi, come quello dell’Accademia Nazionale di Scienze degli Stati Uniti, hanno scoperto che l’utilizzo di alcune parole incide in maniera fortissima sui livelli di stress. Allenatori e campioni, di ieri e di oggi, come Fabio Capello, Carlo Ancelotti, Roberto Mancini, Alessandro Del Piero, Vincenzo Montella, Leonardo Bonucci e molti altri, utilizzano proprio questo tipo di approccio per gestire al meglio i propri stati emotivi: li riconoscono, innanzitutto, e poi li trasformano attraverso il dialogo interiore che obbliga a pensare oltre il problema per arrivare dritti alla soluzione, ovvero la giusta carica di tensione per affrontare la prestazione nelle condizioni ideali!

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)

IL REGNO DELLE EMOZIONI

In aula faccio spesso riferimento al Triune Brain (“cervello trino” in inglese), il modello della struttura e dell’evoluzione dell’encefalo elaborato negli anni 80 del secolo scorso da Paul Donald MacLean, medico e neuroscienziato americano.
Secondo MacLean vi sono tre formazioni anatomiche distinguibili in:
– R-complex, o cervello rettiliano
– Sistema limbico, o cervello paleo mammaliano
– Neocortex, o cervello neo mammaliano
Ognuna di queste strutture è adibita a determinate funzioni, ognuna delle tre riveste un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’essere umano, ognuna ha il suo fascino. Ma delle tre quella che mi intriga di più è quella parte della nostra materia cerebrale più legata alle emozioni: il sistema limbico.
Nel sistema limbico nascono, ad esempio, i fenomeni di gratificazione o gli attacchi di panico, ansia, paura di morire, senso di soffocamento, o il mantenimento della memoria. Il sistema limbico è strettamente connesso alla corteccia prefrontale e molti scienziati ritengono che i circuiti di collegamento siano coinvolti nei meccanismi di presa di decisione in base a reazioni emozionali.
Questa premessa, apparentemente superflua, ci dice una cosa importantissima: più l’emozione è intensa, più l’esperienza si inscrive nella memoria; quindi è al sistema limbico che va prestata la massima attenzione. Infatti, questa struttura contiene prevalentemente operatori emozionali: fobie, aggressività, cura della prole, richiamo materno, innamoramento e gioco, tutte abitano qui.
Addirittura, una componente chiave del sistema limbico, l’amigdala, riceve informazioni da un suo vicino, il talamo, prima ancora che arrivino alla neocorteccia, la parte più moderna e razionale del nostro cervello: l’emozione, perciò, può manifestarsi qualche impercettibile attimo prima che essa acquisti una componente cognitiva, prima cioè che la neocorteccia ci abbia “pensato sopra”.
Quanto contano tali nozioni per noi che parliamo in pubblico, per noi che gestiamo persone, per noi che ci relazioniamo coi nostri clienti? Tantissimo, molto più di quanto crediamo. Immagina, ad esempio, di preparare la traccia del tuo prossimo intervento o del tuo prossimo colloquio. Ebbene, le parole che hai scelto avranno un effetto particolare su chi ti ascolterà e questo perché alcune possono generare una reazione negativa ed altre una reazione positiva in base a come il loro sistema limbico le percepirà.
Gli studi sulle neuroscienze, infatti, hanno verificato come alcune parole e frasi funzionino letteralmente da interruttori di determinate aree del sistema limbico, come la stessa amigdala, la struttura che agisce come una sentinella, capace di innescare il panico nel cervello e di inondarlo con ormoni dello stress, in particolare dal cortisolo, che impedisce ai tuoi ospiti di gestire razionalmente la situazione.
Altre parole e frasi, invece, a parità di significato rispetto a quelle precedenti, accendono altre aree del sistema limbico come il “nucleo accumbens” che potresti stimolare a produrre la giusta quantità di dopamina, un ormone che svolge un ruolo importante in comportamento, cognizione, movimento volontario, motivazione, umore, attenzione e apprendimento.
Tra tutti questi ormoni che possiamo generare con l’utilizzo consapevole delle parole, un approfondimento che farò presto insieme a te riguarda la serotonina e l’ossitocina. La prima interviene a creare un atteggiamento tranquillo, fedele, e rende una personalità “costruttiva”; la seconda ha un ruolo chiave nell’affetto reciproco, nell’attaccamento e nel piacere in genere.
Nei prossimi articoli ti spiegherò volentieri come rendere queste due sostanze chimiche preziose alleate nelle nostre relazioni, nel frattempo respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così!

EHI, MANI A POSTO! E I PIEDI? ANCHE!

Quando osservo le persone mentre parlano in pubblico, resto molto colpito dalla pressoché assoluta inconsapevolezza con cui muovono braccia e gambe.
È vero che “tutti i grandi oratori furono all’inizio pessimi parlatori” come ci ricorda il filosofo americano Ralph Emerson, però a volte mi sembra di avere di fronte un esponente dell’ordine dei primati: mani che grattano in ogni dove, arti superiori che roteano nell’aria come pale eoliche e quelli inferiori che si intrecciano, si allargano e si dispiegano in dondolamenti ipnotici.
Eppure i segnali che lanciamo con i movimenti delle nostre leve hanno un impatto decisivo nel bilancio della nostra presentazione. Infatti, come diceva Quintiliano, il primo oratore della storia stipendiato per parlare in pubblico, “se i nostri gesti sono in contrasto con le parole che pronunciamo, non soltanto il nostro discorso risulta poco convincente, ma anche privo di credibilità.”

A tal proposito, voglio portarti un errore tipico che commettono imprenditori, manager e politici prima di frequentare i miei corsi.
Quando uno di loro sta parlando, ad esempio, di aspetti legati al benessere e, nel contempo, si gratta il viso o la testa, lancia inavvertitamente segnali che confondono i suoi ospiti.
Perché? Te lo spiego subito.
Un canale, quello verbale, descrive qualcosa che ha a che fare con lo star bene, mentre quello non verbale mostra che in realtà non è a suo agio, che qualcosa non va, che forse non è così sicuro di ciò che sta dicendo; e allora ecco comparire il prurito psicosomatico che, attraverso il cosiddetto asse psiconeuroimmuno-endocrino, induce quella fastidiosa quanto incontrollabile necessità di grattarsi.
Errori analoghi vengono commessi anche quando le mani vengono tenute in tasca o nascoste dietro la schiena o unite per un tempo troppo lungo.

Un altro esempio che voglio esporti è strettamente legato alla posizione delle gambe, una delle aree del corpo cui si presta la minore attenzione e che, invece, rischia seriamente di compromettere l’efficacia della presentazione.
Mettiamo caso che tu stia provando a convincere le persone davanti a te della necessità di sentirvi tutti uguali, e nel frattempo tieni le gambe divaricate. Tu non te ne rendi conto, ma devi sapere che in realtà stai lanciando un segnale esattamente opposto.
Come mai? È presto detto.
In genere assumono questa posizione le persone che vogliono esercitare il dominio sugli altri come faceva nell’antichità il guerriero; egli, infatti, prendeva esattamente questa posa nei combattimenti per mostrare la propria fierezza oltre che avere le maggiori possibilità di equilibrio.
Quindi, pur armato delle migliori intenzioni e cercando magari in quella postura una forma di comodità, la percezione della platea è negativa, del tutto disallineata rispetto a ciò che intendevi realmente trasmettere.

Cosa fare allora? Come puoi mettere in relazione i movimenti di mani e braccia, piedi e gambe, con l’esposizione dei contenuti verbali? Qual è il segreto che si nasconde dietro il dominio di determinati movimenti?
Come dico sempre ai miei clienti, va innanzitutto compreso che il pieno possesso di tali abilità avviene per gradi, per esperienza, per piccoli accorgimenti che di volta in volta diventano consapevoli e spontanei. Quindi è del tutto inutile pretendere di diventare di punto in bianco istrioni che occupano il palco con sapiente arte teatrale.
È di gran lunga più facile e veloce cominciare dal migliore degli insegnamenti che i capocomici dispensano nei corsi di recitazione: stai fermo!
Sì, può sembrare un paradosso, ma nelle fasi iniziali del tuo apprendimento al piacere di parlare in pubblico c’è esattamente questo obiettivo: tenere mani e piedi al proprio posto, una scelta che ha l’enorme vantaggio della neutralità, che dunque ben si adatta a qualsiasi tema tu intenda esporre.

Per andare nel pratico ti suggerisco innanzitutto di fare alcune prove dinanzi ad uno specchio dove puoi raccontare un episodio divertente o parlare di un argomento professionale.
Comincia col rilassare le spalle grazie a una respirazione lenta e profonda, e mentre senti che le articolazioni delle braccia si distendono, tienile morbide lungo i fianchi e piega leggermente le dita che naturalmente sfiorano le gambe con uno o due polpastrelli.
In questo modo sai benissimo dove sono e cosa stanno facendo le tue mani in quel momento intanto che inizi a prendere confidenza anche con le tue gambe.
Queste, semplicemente, vanno tenute leggermente divaricate in modo da garantirti il giusto equilibrio e lasciare che i piedi, paralleli, restino entro la larghezza delle spalle. Tieni le ginocchia rilassate e senti come la circolazione diventa fluida durante il discorso che nel frattempo stai portando avanti senza neanche accorgertene.

Forte, vero?
Bene, allora continua ad esercitarti con costanza fino a che mani e braccia, piedi e gambe, entrano sotto il tuo pieno controllo e inserisci argomenti sempre più ricchi di particolari, sempre più vicini a quello che intendi esporre alla prossima occasione: solo così impari a rendere sempre più efficace la tua esposizione!
Perché, come ebbe a dire Alexander Lowen, il più grande esperto di psicoterapia corporea, “non esistono parole più chiare del linguaggio del corpo, una volta che si è imparato a leggerlo!”

E mentre ti eserciti respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.

L’EMOZIONE HA VOCE, NE HA TANTA, E MOLTO ALTRO

Avevo 12 anni.
Il parroco aveva organizzato la più classica delle tombole prenatalizie al fine di raccogliere fondi con cui portare avanti le numerose attività dell’oratorio.
Poco prima dell’inizio, col teatro già pieno di genitori, di nonni e di noi ragazzi, arriva lo stesso parroco e mi chiede: “Te la senti di condurre tu la serata? Quello che la conduce tutti gli anni è rimasto senza voce!”
Hai presente quel brivido che scorre lungo la schiena?
Hai presente quel groppo alla gola che ti impasta anche le vocali?
Hai presente quel bivio tra il “Sì, wow!” e il “Oddio, non ce la farò mai!”?
Ecco, io ero esattamente lì. E ho scelto il “Sì, wow!”.
L’ho scelto perché chi aveva posto in me la sua fiducia, senza che io avessi manifestato alcuna particolare predisposizione in materia, mi ha donato la prima pillola formativa della mia vita.
Don Mauro, questo il nome del parroco, dall’alto della sua esperienza in materia, mi aveva confessato che tutte le volte che saliva sull’ambone (il famoso pulpito da cui predicano i sacerdoti) avvertiva sempre e comunque un minimo di tensione.
E ti assicuro che il Don ci sapeva proprio fare quando parlava in pubblico: preparatissimo, coinvolgente come quei bravissimi anchorman americani, capace di mantenere altissima l’attenzione di centinaia di persone.
Quell’esperienza, il fatto che qualcuno avesse puntato sul mio talento ancora grezzo, la possibilità di mettermi alla prova, beh, hanno decisamente segnato la mia crescita professionale.
Ancora oggi, infatti, quando parlo davanti ad un pubblico più o meno numeroso (e ti faccio notare che mi succede almeno quattro o cinque volte alla settimana), ricordo con piacere quelle parole e avverto quel minimo di tensione con cui il mio primo coach mi aveva iniziato a questa magnifica opportunità. Ti dirò di più: è indispensabile ci sia un po’ di tensione, perché questo particolare stato d’animo infonde responsabilità nella preparazione ottimale degli argomenti, racconta quanto inestimabile valore abbiano le emozioni del pubblico, mantiene a fuoco l’obiettivo da raggiungere.
E tutto questo parte da un segreto che voglio confessarti: condurre una riunione, presentare un evento, moderare un dibattito, ovvero tutte, ma proprio tutte, le attività per le quali c’è bisogno che tu parli e gli altri prestino attenzione, hanno un comune denominatore. Quel comune denominatore si chiama Formazione, ovvero è indispensabile apprendere un po’ alla volta tutti gli strumenti che, passo dopo passo, ti portano a gestire l’ansia, il blocco delle parole e tutte le limitazioni che desideri eliminare una volta e per sempre.
È stato così per me, ed ancora oggi scopro che ci sono dettagli nei quali intendo migliorare ancora, ed è così anche per le centinaia di persone che ho formato durante i miei corsi: giornalisti, manager, sportivi, imprenditori, parroci (sì, anche parroci, non è una figata?), dipendenti pubblici e privati, hanno compreso che non si impara a parlare in pubblico con un paio
Uno di questi strumenti, a mio parere il più importante, è l’allineamento tra il tuo stato d’animo e quello dei tuoi ospiti. E converrai con me sul fatto che, numeri alla mano, sia più facile che tu impari a riconoscere il loro e non viceversa!
Quel marpione di Oscar Wilde una volta ebbe a dire: “Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona impressione la prima volta.” Quindi, a pensarci bene, la buona impressione non è tanto legata a ciò che hai preparato dal punto di vista logico-discorsivo, bensì a come ti sei disposto nei confronti del tuo pubblico e a come hai ingaggiato la loro attenzione.
Nei prossimi articoli voglio approfondire tutti i principali aspetti del parlare in pubblico, nel frattempo respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.

Dimenticavo! Sai com’è andata poi quella sera di 33 anni fa? Benissimo, naturalmente!
E sai da cosa me ne sono accorto? Dai complimenti ricevuti a casa da mio padre, il mio più severo giudice, che aveva partecipato alla tombola insieme a mia madre con smisurato quanto controllato orgoglio!
Cosa ricordo di allora? Tutto, straordinariamente tutto, e lo ripeto tutte le volte che sto per salire sul palco!

ELOGIO DELL’INCOMPETENZA

Ci siamo fermati, molti resteranno indietro, pochi evolveranno.

È un dato di fatto che alcuni capisaldi del nostro comune sentire soffrano di una crisi profonda e radicata. Religione, scuola, sport, politica e informazione, infatti, stanno subendo in Italia un’oggettiva involuzione quantitativa e qualitativa.
La conoscenza rende liberi, afferma qualcuno. E noi abbiamo subappaltato la nostra libertà a pochi mestieranti del nulla di cui ammiriamo l’inconsistenza dinanzi ad uno schermo, magari ne celebriamo la vacuità in uno di quegli stucchevoli format televisivi triti e ritriti, spesso li eleviamo al rango di idoli perché noi stessi ci siamo fermati dinanzi alla possibilità di essere, finalmente, liberi.
Forse per paura o forse per educazione, è come se avessimo rallentato, se non addirittura bloccato, il nostro processo evolutivo con tutte le ricadute sociali e civili del caso.

I dati recenti, ad esempio, indicano una sempre minore frequenza dell’ambiente ecclesiale; dall’oratorio ai matrimoni religiosi, dai battesimi alle feste comandate, è un fuggi fuggi dalle acquasantiere, al punto che ormai si aspetta che qualcuno passi a miglior vita per dare linfa all’offertorio.

E la scuola? Mentre assistiamo ad un rimescolamento di vecchi e nuovi ordinamenti, sperimentazioni e format didattici che sembrano usciti dalla penna di Stephen King, i numeri OCSE indicano una sempre più diffusa incapacità degli studenti nel far di conto o mettere in fila soggetto, predicato e complemento con un minimo di logica grammaticale. Il tutto ben condito da un ginepraio di regolamenti che ha come unica costante 200 giorni di lezione e 165 giorni di vacanza (!); un rapporto scriteriato, figlio di un modello arcaico dove il padre lavorava la campagna e la madre badava al focolare domestico.

Se ci affacciamo sul mondo dello sport, ahinoi!, l’alto numero di praticanti soffoca nel mare di scuse reiterate, a partire da quella dei fondi sempre più esigui concessi dall’ente pubblico per giustificare un calo di prestazioni che, a titolo di esempio emblematico, ha trovato il suo apice lo scorso 13 novembre quando la nazionale quadricampione del mondo ha inopinatamente mancato la qualificazione all’ormai prossimo mondiale di calcio in Russia dopo 60 anni.
Quello che ne è seguito tra poltrone da preservare, lotte intestine, commissariamenti, scandali, fallimenti, inciampi dialettici (d’altronde, se l’istruzione è quella di cui sopra..) e sconfitte oltre confine, beh, è cronaca ancora, drammaticamente, attuale e poco ha a che fare con un vero disegno di ricostruzione tecnico-agonistica. E sia chiaro che le altre discipline, a cominciare dal basket e da sua maestà l’atletica, godono delle medesime miserie, amministrate come sono dai medesimi figuri, lasciate marcire dalle medesime consorterie.

Un po’ quello che succede nei palazzi della politica, un ambientino mai stato facile che, vivaddio, sapeva reggersi su alcuni principi condivisi come la gavetta, il rispetto dei ruoli, un linguaggio accurato e la scelta tendenzialmente meritocratica della classe dirigente.
E poi? Cosa è successo? Come siamo arrivati a ridurci così?
Il Parlamento è popolato da figure mitologiche metà turpiloquio e metà ignoranza (d’altronde, se l’istruzione è quella di cui sopra..), da carovane di pregiudicati e mestatori, da supposti sanificatori e certi affabulatori, in un tutti contro tutti da far rimpiangere prima repubblica, pentapartiti e accordicchi.

A parlare di tutti questi teatrini tricolori, sui media nazionali e locali, tradizionali e digitali, imperversano giornalisti o presunti tali che esibiscono grammatiche incerte (d’altronde, se l’istruzione è quella di cui sopra..), errori da matita blu e inflessioni dialettali che li rendono talmente familiari che li inviteresti a cena per toglierli dall’evidente impaccio.
Dicono che sia colpa dei tagli alle spese, che le prime vittime sono stati i cosiddetti correttori di bozze cui alcun apostrofo sfuggiva, che sia diventata prassi il ricorso da parte dei direttori all’ambizioso ed acerbo freelance. Sarà anche vero, resta il fatto che la funzione di alfabetizzazione, esercitata meritoriamente da quotidiani, radio e tv tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, è stata completamente ribaltata da un processo di dis-alfabetizzazione di cui, se mi è concesso, gradirei non arrivare a conoscere le conseguenze.

Non ho un’idea precisa di quando e come tutto questo abbia avuto inizio. Lascio volentieri l’analisi delle cause ai più esperti in materia.
Mi limito ad una più cruda disamina dello stato dell’arte e non posso che ricondurre il tutto ad una diffusa, strisciante e nociva incompetenza che, spiace dirlo, è innanzitutto in capo a chi ha il compito delle scelte.
Abbiamo progressivamente affidato ruoli delicatissimi ad una serie di personaggi di dubbio gusto, lacunosa cultura e spiccata predisposizione all’avanspettacolo.
Eh già, è proprio vero.
Ma è altresì vero che costoro rappresentano noi: sono la nostra faccia, le nostre passioni e le nostre idee nei diversi consessi che oggi critichiamo per la loro mediocrità quando noi stessi ci siamo progressivamente adagiati su un presunto benessere che se è (forse, ma proprio forse) economico, non è certamente intellettuale.
Eh già, è proprio vero.
Ma è altresì vero che poco stiamo facendo per sovvertire questa tendenza, che molto stiamo investendo in lamentele improduttive, che troppo ci stiamo affidando ai semidei che fanno man bassa di like, love & lol sui social network in una scoliosi rincoglionistica che ci fa regredire a proscimmie solo un po’ meglio vestite.
Eh già, è proprio vero.
Ma è altresì vero che ci sono esempi tutt’altro che negativi. Potremmo serenamente derubricarli alla voce eccezioni, fenomeni isolati e asistemici frutto dall’intuito, dalla buona volontà e dalle competenze di poche e acclarate eccellenze.

Ma proprio da queste ripartiamo, accidenti!
Ripartiamo dalla voglia di farci contaminare, ripartiamo dalla possibilità di frequentare persone capaci di ispirarci, ripatiamo da chi dimostra di valere in base ai risultati, e non più alle flatulenze, che produce.
Un prete coinvolgente che ci parli di un Cristo che viene a trovarci tutti i giorni; un docente illuminato che faccia innamorare della conoscenza; un atleta carismatico attraverso il sorriso di una medaglia conquistata col sudore e non coi selfie; un rappresentante delle istituzioni che coniughi il verbo della diplomazia al futuro della sua gente; un cronista che conosca la nostra magnifica lingua e la usi per scrivere di ciò che vede e di ciò che sa.
Tutti conosciamo almeno un punto di riferimento per ognuno di questi mondi.
Tutti conosciamo almeno un momento in cui siamo stati migliori di oggi.
Tutti conosciamo almeno un modo per respirare energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.

LA COMUNICAZIONE IN PNL

Le difficoltà che incontriamo quando presentiamo una nostra idea, un nostro prodotto o una nostra soluzione, sono molto frequenti e generano fastidio, se non addirittura frustrazione.
È una situazione che ritroviamo quando descrivi un concetto, che a te è chiarissimo, e dall’altra parte ti guardano come se avessi decantato i Paralipomeni di Batracomiomachia?* Occhi sbarrati, senso di smarrimento, qualche parola biascicata di circostanza.
È una situazione che capita a tutti, tutti i giorni, in tutti i contesti possibili.
E capitava anche a me.
Fino a quando un mio collega mi invitò ad un workshop a Bologna sulla Programmazione Neuro Linguistica, esaltando le virtù di una materia che avevo incrociato tredici anni fa, un po’ di sfuggita, in uno di quei tipici corsi di formazione sul marketing e la comunicazione.
Io, figurati, scettico e convinto che mi facesse perdere solo tempo, arrivo, mi siedo e… wow! scopro che la PNL è l’insieme dei sistemi che, a partire dalla fine degli anni 70 grazie a Bandler e Grinder, sono stati codificati e implementati per apprendere tecniche di comunicazione, sviluppo personale e relazioni, e sintetizza la connessione fra i processi neurologici (“neuro”), il linguaggio (“linguistica”) e gli schemi comportamentali appresi con l’esperienza (“programmazione”), data la possibilità che questi schemi, quando se ne è consapevoli, possano essere organizzati per raggiungere specifici obiettivi professionali e personali.
Da allora la mia capacità di comunicazione, intesa nel senso più profondo del termine di “azione comune”, è cresciuta man mano, in maniera esponenziale, affinando dettagli e applicando competenze sempre nuove negli ambiti in cui opero.
Qualche esempio? Volentieri.
Quando parlo in pubblico per la conduzione di un evento o la moderazione di un dibattito, mi affido prima di tutto all’acutezza sensoriale, un elemento fondamentale della calibrazione che a sua volta è la capacità di porre l’attenzione sugli altri, di osservare la loro fisiologia e i loro linguaggi, per allineare la mia comunicazione al pubblico.
Un altro fantastico strumento che la PNL ci dà e che utilizzo spesso, in particolare nelle sessioni di coaching o di formazione individualizzata, è il metamodello. Con questo aiuto le persone a recuperare alcune delle informazioni che sono state cancellate, distorte o generalizzate, ed è molto efficace per mettere correttamente a fuoco il loro obiettivo.
Il terzo esempio viene direttamente dalle aule in cui sono coinvolto come trainer, quando voglio mettere le persone nelle condizioni di apprendere competenze anche complesse ed uso il Milton Model.
Cos’è il Milton Model? Il Milton Model è un insieme di procedure estratte dalle modalità terapeutiche di Milton Erickson, eccellente psicoterapeuta statunitense, per indurre visualizzazioni guidate e altri processi di rilassamento.
Questi sono solo una minima parte delle tantissime opportunità che ho colto durante il mio percorso all’interno della Programmazione Neuro Linguistica, un percorso che continua giorno dopo giorno, che mi fa apprezzare le persone per quelle che sono perché quando comprendi i loro linguaggi cogli sfumature preziose, che mi offre la possibilità di spaziare in maniera naturale in contesti eterogenei dal medesimo comune denominatore: la Comunicazione.
Intendiamoci, non è affatto facile. Ne ho visti e ne vedrò ancora parecchi di aspiranti practitioner che il giorno dopo torneranno a fare le stesse cose, nel medesimo modo in cui le facevano ieri.
E questo perché la PNL è innanzitutto una disciplina, ed in quanto tale esige un rispetto profondo verso di sé e verso gli altri per condividere nuove opportunità attraverso la pratica quotidiana.
Molti, purtroppo, vi si approcciano con il retro pensiero, sciocco ed immorale, che alcune tecniche siano manipolatorie. Beh, lascia che a spiegarti cosa sia la PNL e quali sono i relativi, autentici pregi e virtù sia lo stesso Richard Bandler in questa intervista curata da Alessandro Mora, uno dei miei coach preferiti, l’unico Master Trainer non di madre lingua inglese che fa parte dello staff della NLP Society dello stesso Bandler.
Insomma, due autentici punti di riferimento per chi voglia apprezzare fino in fondo gli enormi vantaggi di questa fantastica materia e dei suoi inesauribili spunti.
Respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.

* “Paralipomeni di Batracomiomachia” è il titolo di un poemetto satirico scritto da Giacomo Leopardi. Lo conoscevi già, vero? Ecco, ne ero sicuro!

IL VALORE DELLA REPUTAZIONE E LA SUA COSTRUZIONE

Nel terzo millennio, in un’epoca fortemente caratterizzata da continue evoluzioni, la crescita di manager, sportivi e imprenditori dipende anche dalla reputazione, ovvero da quell’insieme di valori che esprimono il “chi è” e non più soltanto il “cosa vende” o il “cosa comunica”.

Poiché è al contempo forma ed essenza, la reputazione si pone oggi quale elemento di vantaggio competitivo, proprio nella misura in cui essa è in grado di distinguere il know how dell’individuo nel mare magnum della comunicazione ipertrofica, sia on line che off line, cui il mercato si trova soggetto.
All’interno di un qualsiasi piano di marketing e di comunicazione la reputazione trova (o dovrebbe trovare…) una propria dignità che sempre più va ad intrecciarsi alle pianificazioni tipicamente commerciali per esaltare i processi di business e lasciare ai propri interlocutori la sensazione di un’esperienza unica e memorabile.

Cosa incide, in particolare, nella crescita di una corretta reputazione individuale? Il giusto mix di formazione, processi di comunicazione e risultati allineati a prestazioni costanti, nel solco del proprio programma reputazionale che, va ricordato, è sempre in divenire. L’individuo, in questa direzione, sa che il governo della propria reputazione dipende da sé, è una sua responsabilità, poiché gestisce direttamente questo fondamentale pezzo della propria comunicazione e ne definisce le caratteristiche identitarie.
Nell’operazione di reputation building, naturalmente, manager, sportivi e imprenditori non possono fare tutto da soli, anzi. La reputazione ha tanto più peso quanto maggiore è il valore del proprio capitale relazionale, cioè l’insieme degli elementi di fiducia, fedeltà e lealtà che generano un legame emotivo tra loro ed i propri stakeholder che rinnovano costantemente il patto fiduciario.

E per te? Quanto conta la tua reputazione? Ti stai occupando di reputation building? Sai che esiste un forte legame tra livello reputazionale e performance finanziarie? Italy RepTrak® sostiene, in un recente studio, che soggetti con una reputazione forte incrementano i loro investimenti oltre il 100% e, quando ci si trova a confrontarsi con un periodo meno performante, recuperano il loro valore in poco tempo. È la resilienza reputazionale che permette di resistere agli urti grazie alla fiducia e alla soddisfazione sviluppate nel tempo verso chi ha fatto esperienza del tuo prodotto o del tuo servizio in maniera positiva.

Ti confesso un segreto. Ogni tanto, quando voglio prepararmi bene per un’attività che so essere importante per lo sviluppo della mia reputazione, do un’occhiata a questo video (a tratti divertente e a tratti meno) e mi rendo conto che ogni giorno sta a me, a te, a noi persone dotate di un minimo di buon senso, fare in modo che le notizie sul nostro conto siano quelle che vogliamo.
Respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.

THANK YOU FOR SMOKING. FILM DA RICORDARE PER IMPARARE.

Thank You for Smoking è un film del 2005 diretto da Jason Reitman. Si tratta di una commedia narrata in prima persona dal protagonista, un classico che non ricordo più quante volte ho visto.
Eppure, nonostante conosca molte battute ormai a memoria, rimango sempre affascinato dalla bellezza dei dialoghi, dalla capacità retorica del protagonista, dall’abilità con cui riesce a sovvertire qualsiasi forma di pregiudizio.
Chi è il protagonista? È Nick Naylor, magistralmente interpretato da Aaron Eckart (sì, è uno dei miei attori preferiti!), vicepresidente dell’Accademia degli studi sul Tabacco. Nick, di fatto, cura gli interessi di una delle lobby più potenti al mondo.
Il suo compito principale è difendere gli interessi dei produttori di sigarette, al fine di contrastare ogni tentativo di limitarne l’uso. E lo fa attraverso la partecipazione a convegni, eventi e dibattiti televisivi nei quali Nick dà sfoggio delle sue abilità linguistiche.
In queste circostanze, come potrai immaginare, il nostro protagonista parte sempre da posizioni deboli, inferiori, subalterne.
D’altronde è risaputo che fumare porta a malattie come il cancro ai polmoni e l’enfisema, è di fatto vietato a donne in gravidanza e minori, in breve fa male!

Tu hai mai fumato? Io no. Mai. E per questo devo ringraziare in particolare il mio papà.
Lui fumava, accidenti se fumava. Poi, a circa 27 anni, vide uno dei primi documentari che mostravano i danni provocati dal fumo ai polmoni e, da bravo sportivo qual era, decise di smettere, così, di punto in bianco.
Da lì in avanti, tutte le volte che c’era del fumo, a casa, in televisione, ovvero sempre!, lui era sempre pronto a far notare quali fossero i pericoli: puzza, alito cattivo, ambienti infeltriti da quell’odoraccio.
Non ha mai detto: “Fumare fa ammalare!”, né il più diretto: “Enzo, non devi fumare!”. Se non fumo è perché lui è stato capace di dare il buon esempio da un lato, e dall’altro di rimarcare continuamente tutto quello che poteva essere per me importante.

Ma torniamo al nostro Nick, ai suoi interventi, alla sua sagacia linguistica.
Tutte le volte che Nick si trova a gestire una trattativa, una mediazione, una relazione, ovvero sempre!, utilizza tutte le tecniche tipiche della Programmazione Neuro Linguistica, la disciplina di cui sono Master Practitionner.
Metamodelli, metaprogrammi, sleight of mouth, Milton Model, metafore, rapport e altre delizie tipiche di questa meravigliosa disciplina che in Thank You for Smoking spuntano da ogni dialogo, da quelli col suo capo a quelli con suo figlio Joey, da quelli con la giornalista/amante/seduttrice a quelli coi colleghi lobbysti (definiti “Mercanti di morte”).
Cosa c’è di eccezionale nella PNL? Cosa c’è di piacevole nelle tecniche codificate da Bandler e Grinder a cominciare dagli anni 70? Cosa c’è di pratico nell’utilizzare in maniera ben formata strumenti che, di fatto, sono già nella nostra comunicazione quotidiana?
C’è la meravigliosa scoperta che l’uso consapevole del linguaggio fa veramente la differenza, per chi lo usa e per chi si relazione con chi lo usa, tanto in privato quanto in pubblico. Ciò che evochi con quello che trasmetti attraverso le parole, il tono e i gesti, con tutti e tre i livelli del linguaggio, genera immagini, stati d’animo e conseguenze in chi riceve, o dovrebbe ricevere (a volte sembra proprio il contrario, vero?), il tuo messaggio.
Ecco perché quando faccio coaching a manager e sportivi, quando sono in aula, quando ho una telecamera o un microfono davanti, ovvero sempre!, curo con grande attenzione contenuto e modalità della linguistica di cui sono responsabile innanzitutto nei confronti delle persone.
Ti lascio un piccolo regalo, vuoi? Ogni tanto, quando voglio rivedere il nostro amico Nick all’opera, do un’occhiata alla prima scena del film, mi lascio deliziare dalla sua maestria e prendo possesso dei linguaggi che so fare la differenza. Per me, per gli altri, per te.
Respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.

ROGER FEDERER: COSA CI INSEGNA IL CAMPIONE?

La maggior parte delle persone ritiene che la conquista di determinati risultati sia un po’ figlia della buona sorte e un po’ della (mai meglio identificata) predisposizione naturale. Questo matrimonio tra luoghi comuni genera due stati d’animo prevalenti: l’ammirazione e il senso di frustrazione.
Roger Federer, ormai senza ombra di dubbio il più grande tennista della storia, rappresenta quel tipo di campione capace di suscitare nel pubblico proprio questo tipo di reazioni: contro ogni pronostico ha conquistato il suo ottavo titolo a Wimbledon, il diciannovesimo in uno Slam; è stato il giocatore con più settimane al vertice dal ranking mondiale (327) e col maggior numero di partite disputate da n. 1; ha partecipato al maggior numero di finali (29) e di semifinali (42) ed è l’unico tennista della storia ad aver vinto per almeno 5 volte 3 tornei diversi del Grande Slam.
Questi e gli altri innumerevoli record assoluti che detiene, proiettano il campione svizzero oltre limiti difficilmente raggiungibili in futuro e che fanno elaborare al nostro cervello, così felicemente pigro e affezionato alla sua zona di comfort (come la chiamiamo in PNL), alcuni veloci e semplici concetti come il sempreverde “Facile, con un talento così!”, oppure il classico “Lui non ha mica i problemi che ho io!”, per arrivare al dietrologico “Ah, con tutti quegli sponsor!”.
Eppure, scorrendo la pagina Wikipedia di Federer, ho scoperto che non tutto è stato così facile ed automatico per lui, in particolare nel 2016 che non solo è stato il suo anno peggiore, ma che addirittura era dato come quello in cui avrebbe probabilmente annunciato il ritiro!
D’altronde, se ci riflettiamo un attimo, le avvisaglie c’erano tutte: aveva perso la prima posizione nella classifica APT già da fine 2012, veniva da quattro stagioni consecutive senza vincere una finale dello slam, alle patologie della schiena si era aggiunta la rottura del menisco ed era abbondantemente fuori dalla Top 10 assoluta. Insomma, a 35 anni sembrava proprio che il destino sportivo del nostro Roger, pluridecorato campione, ormai realizzato anche affettivamente con due coppie di gemelli (recordman anche a casa!) da crescere insieme alla sua Mirka nella loro splendida magione elvetica, fosse inesorabilmente segnato.
Eh già, sembrava.
Perché quando hai il sacro fuoco che arde, quando sai che con qualche piccolo accorgimento il motore andrebbe ancora a pieni giri, quando sei cresciuto a pane e gioco, beh!, la domanda che viene spontanea non dalla testa, ma dal profondo del cuore, è: “Come faccio a prendermi ancora qualche soddisfazione qua e là?”
Sì, quelle che ti fanno scorrere quel brividino sulla schiena tipo quando stai per fare qualcosa che sai ti piacerà e riavvolgi il nastro per rivedere tutte le volte che hai conquistato una tua vittoria.
Le stesse identiche domande che si è posto anche questo ragazzo di Basilea che ha cominciato a cercare le risposte giuste nel nuovo coach, in un training più rispettoso dei suoi limiti e nella ricerca di soluzioni che fin lì non aveva semplicemente avuto la necessità, l’opportunità o lo stimolo di adottare.
Ti faccio un esempio tra i tanti, ti va?
Bene, devi sapere che Roger ha migliorato le sue attitudini al gioco di volo, utilizzando più spesso il “serve & volley” e migliorando anche la precisione delle volée, specialmente quella di dritto, ritenuta in passato la meno efficace. Il tutto con una semplice quanto efficace modifica del posizionamento del corpo rispetto alla palla.
Capito? Si è concentrato sui piccoli particolari che fanno la differenza e li ha messi nella sua bella cassettina vicino a tutti gli altri attrezzi che l’esperienza garantisce!
Ora proviamo a riassumere insieme i tre punti chiave del percorso di Federer facilmente replicabili nella nostra quotidianità professionale e personale.
Il Campione scopre che ogni tanto il cambiamento è necessario: un altro coach, un’altra preparazione, un altro atteggiamento innanzitutto verso se stesso.
Il Campione scopre che la maggiore consapevolezza del tuo potenziale ancora inesplorato aiuta a diversificare le scelte e a ottenere risultati migliori con minore spreco.
Il Campione scopre che l’ambizione è un bene quando ti porta a cercare le soddisfazioni che meriti.
Ti confesso un segreto. Ogni tanto, quando la giornata non è (ancora) quella che desidero, do un’occhiata a questo video del Maestro, mi immergo nel suo atteggiamento e ascolto quanto è bello fare un piccolo passo avanti ogni giorno.
Respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così.