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FUORI DALLA CAPANNA!

Ci stiamo avviando lentamente al ritorno alla normalità dopo un periodo complicato sotto moltissimi punti di vista. Ora che, seppur con le precauzioni del caso, si possono riprendere le relazioni col mondo esterno cominciano a verificarsi delle situazioni un po’ strane, anche se non del tutto inattese.

Si registrano, infatti, moltissimi casi di vera e propria fobia ad uscire di casa, quel luogo che per alcuni si è via via trasformato in un vero e proprio bunker, al riparo da possibili pericoli. Se è vero che nelle primissime settimane la stragrande maggioranza delle persone ha gestito a fatica la clausura forzata, sono aumentati in maniera esponenziale i casi di persone che ora hanno notevoli difficoltà a riprendere la vita sociale che avevano prima del lockdown.

Le ragioni sono molteplici e variegate: dalla paura alla scoperta di spazi prima sconosciuti, dal timore di contrarre patologie alla comodità per alcuni nel lavorare da casa, dai problemi economici allo stravolgimento degli stili di vita, il tempo ha radicato l’abitudine a rimanersene tra le mura domestiche. Si chiama “sindrome della capanna” o “del prigioniero”, un fenomeno che conosce bene chi è stato magari costretto a lunghi periodi di degenza e con cui oggi si stima abbia a che fare un italiano su sei.

I segnali possono essere sbalzi d’umore, insonnia e irascibilità, con cui è opportuno convivere per poco. Meglio darsi da fare, gradualmente e a piccole dosi fatte di passeggiate all’aria aperta, salutari anche per un fisico intorpidito dopo tanta sedentarietà, semmai insieme a persone che ci conoscono bene.
Nei momenti in cui si è in casa meglio stare lontani da tv, radio e social network che continuano a parlare del periodo che ci stiamo finalmente mettendo alle spalle. In quei momenti è decisamente più piacevole riprendere quel vecchio hobby, o sfogliare un libro, o chiamare persone che non sentiamo da tempo.

Possiamo e dobbiamo cercare quelle attività che prevedono un deciso distacco, anche in questo caso progressivo ma costante, da tutto ciò che è schermo, il mezzo attraverso il quale abbiamo filtrato la realtà negli ultimi tre mesi, il mezzo del quale fare finalmente a meno per uscire dalla capanna!

La frase giusta: Cambiando l’atteggiamento interno delle loro menti, gli esseri umani possono cambiare gli aspetti esteriori della loro vita. (William James )

EMERGENZA E STATI D’ANIMO

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra quotidianità e l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo le mette a dura prova.
In questi giorni, ad esempio, stiamo sperimentando la paura, l’emozione primaria che ci porta ad assumere comportamenti istintivi, convulsi e illogici anche per l’incertezza dettata all’allungarsi dei tempi.

La situazione di insicurezza, inoltre, scatena altre conseguenze come la propensione a percepire ogni minimo segnale fisico come un sicuro contagio; o come la diffidenza verso gli altri perché possibili veicoli del virus.
Sono reazioni del tutto comprensibili se pensiamo che il Coronavirus è infinitamente piccolo, ignoto e facilmente contagioso, il che ci fa sentire vulnerabili come un surfista di fronte allo tsunami.

Agitarsi è quindi legittimo, ma allo stesso modo in cui prendiamo coscienza di ciò che proviamo e delle relative cause, possiamo analogamente iniziare ad occuparci del problema con maggiore senso della prospettiva: le autorità sanitarie si stanno dando da fare pur tra mille difficoltà, abbiamo ormai imparato a memoria le regole di buon senso da osservare, cominciamo a trovare soluzioni alle complessità familiari e professionali in maniera anche molto creativa. Non è un caso, infatti, che molte persone si siano impegnate in nuove attività o in quelle trascurate per tanto tempo.

La stessa tecnologia, spesso accusata di essere il peggiore dei mali, ci sta dando un aiuto notevole a condizione che, pur comprendendo la necessità di mantenersi informati, si resti a distanza da quei media che cavalcano l’allarmismo con titoli utili solo a scatenare maggiore ansia e stress; Allo stesso modo, bisogna prestare attenzione a non cadere nell’uso eccessivo di social media ed e-games che portano a cercare forme di gratificazione artificiali che, una volta tornati alla normalità, potrebbero essere sfociati in forme di dipendenza.

Le forme di gratificazione naturali rimangono il mezzo migliore per superare questa fase: sono necessarie per la nostra sopravvivenza dalla notte dei tempi e si fondano su principi validi a tutte le latitudini, ovvero le relazioni familiari ed il cibo sano.
Così ci siamo evoluti, così torneremo ad incontrarci.

La frase giusta: Le persone che lavorano insieme vinceranno. Sia che si stia lottando contro una complessa difesa di football, o contro i problemi della società moderna. (Vince Lombardi)

COME SUPERARE GLI ATTRITI IN AZIENDA

Le dinamiche nelle relazioni nella quotidianità professionale non sono sempre semplici. In ogni ambiente, infatti, ci sono obiettivi, interessi e necessità che a volte portano le persone a remare in direzioni opposte.
Nello sport, ad esempio, sono tantissime le squadre costruite per vincere assemblando fior di campioni che si sono poi ritrovate a leccarsi le ferite per i pessimi risultati conseguiti in campo a causa della poca armonia all’interno del gruppo.

Per superare quelle fasi in cui comunicare risulta complicato, è allora necessario seguire le regole di buon senso contenute nel seguente decalogo.
1. Innanzitutto, bisogna porsi la domanda: «Cosa posso fare io, che magari non ho ancora messo in pratica, per migliorare la situazione?»
2. Efficace in tal senso è farle anche agli altri le domande, come quando si è piccoli, finché ogni dubbio è fugato.
3. Alle domande segue l’ascolto attivo, cioè la capacità di valutare con attenzione le opinioni, i punti di vista e anche le critiche degli altri, purché dettagliati.
4. È poi indispensabile esprimere i propri dubbi, punti di vista, opinioni, desideri, critiche e aspettative, avendo cura di metterci educazione e chiarezza.
5. Inoltre, anche se risulta per alcuni un po’ complicato, vanno ammessi i propri errori in trasparenza partendo da un dato di fatto: ogni persona a questo mondo ne commette.
6. Indispensabile è pure condividere onori ed oneri. Vincere è merito di tutti come lo è perdere, quindi il proprio pezzo di responsabilità va preso.
7. Così come ha un effetto molto distensivo evitare di puntare il dito contro chi ha commesso un errore o, addirittura, chi vorremmo facesse da parafulmine.
8. Piuttosto, visto che a tutti piace ricevere un premio, fa molto bene al clima valorizzare e gratificare le persone protagoniste di buone performance.
9. Se a un membro del gruppo capita di attraversare il classico periodo “no”, meglio aiutarlo facendogli notare quali azioni migliorative può attuare.
10. Altrettanto di esempio per stimolare spirito collaborativo è rendersi disponibili a dare una mano nelle piccole attività quotidiane.

La costanza nell’applicazione di queste semplici regole fa ovviamente la differenza. Quando la situazione è già abbastanza compromessa, vale invece la pena affidarsi ad esperti del settore per prendere consapevolezza dei comportamenti individuali e di gruppo, e velocizzare così i processi di costruzione e stabilizzazione.

La frase giusta: Se vuoi che singoli giocatori diventino dei campioni, premia i campioni. Se, invece, vuoi che un’intera squadra vinca, allora premia chi sa giocare in squadra. (James B. Miller)

QUAL È IL TUO OBIETTIVO?

La poca abitudine a costruire e rimanere concentrati sull’obiettivo sta diventando uno dei problemi più diffusi nella vita delle imprese. Una commessa andata male, i numerosi impegni dentro e fuori dall’azienda, un contrattempo o un periodo di mercato non eccezionale; sono tutti fattori che possono distrarre imprenditori e manager dal risultato che intendono raggiungere.

Chi invece ha imparato a formulare correttamente i propri obiettivi ottiene due vantaggi: ha un livello di motivazione mediamente più alto, sia nelle fasi più intense che in quelle più tranquille, ed è decisamente più focalizzato rispetto a chi si affida al caso.

Per definire correttamente un obiettivo è innanzitutto necessario che sia espresso in positivo. Se, ad esempio, vuoi perdere peso, l’obiettivo sarà “Voglio dimagrire” piuttosto di “Non voglio ingrassare”. Il secondo passaggio consiste nell’indicare un valore oggettivo e misurabile (“Voglio dimagrire di 5 kg”). Poi è indispensabile stabilire la data entro la quale si intende arrivare a quel risultato specifico (“Voglio dimagrire di 5 kg entro il 31 dicembre 2019”).

A questi passaggi vanno aggiunte alcune considerazioni qualitative, a partire dalla responsabilità: l’obiettivo dipende dalla volontà della persona che se lo prefigge, non dal desiderio di qualcun altro (genitori, partner, capi, clienti, fornitori, ecc.). Inoltre, vanno effettuate delle verifiche periodiche per valutare a che punto si è lungo la linea temporale delimitata e per ricalibrarla all’occorrenza.

Infine, è opportuno individuare le professionalità e gli strumenti di cui eventualmente è raccomandato disporre per rendere ancora più efficace il percorso verso la meta.

La frase giusta: Ogni giorno, fai almeno un passo ben definito verso il tuo obiettivo. (Bruce Lee)

CHI FA SBAGLIA, CHI LO AMMETTE VINCE

Alla domanda «Hai commesso più errori o hai ottenuto più successi nella tua vita?» è probabile che la risposta sia «Più errori!».
Sia chiaro che questo non significa essere poco bravo, anzi. Significa che l’errore è uno strumento di apprendimento, tant’è che la maggior parte della nostra esperienza si forma per tentativi.

Di fatto, l’errore ci dice che qualcosa non sta andando come vorremmo. Senza questo segnale non saremmo in grado di comprendere a che punto siamo nel processo di crescita. È un po’ come giocare all’allegro chirurgo, quando l’errore nell’eseguire un’azione fa scattare un segnale acustico. Allora riconosciamo l’errore e troviamo alternative migliori.

Spesso, però, si pensa che il non ammettere gli sbagli sia da “fighi”, atteggiamento tipico degli individui orgogliosi che caratterizza proprio chi ha paura di fallire, al punto da utilizzare l’orgoglio stesso come scudo.
Questo ci insegna che più proviamo a mostrarci all’altezza e più ci chiuderemo a riccio in caso di errore. La serena ammissione dell’errore, invece, insieme al confronto aperto sulle soluzioni, è più efficace per abbassare la percentuale di errori a favore dei successi.

La frase giusta: Dentro un ring o fuori, non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra. (Muhammad Ali)

O CAPITANO, MIO CAPITANO!

Il titolo di questo articolo è un pezzo di storia della poesia e del cinema: il verso di Walt Whitman, infatti, viene ripreso nel film “L’attimo fuggente” con Robin Williams nei panni del professor John Keating, salutato dai suoi studenti come “Capitano”, per l’appunto, quando viene allontanato dalla scuola.

Anche nello sport, e nel calcio in particolare, il capitano è una figura di particolare rilievo visto che gli sono demandati compiti di notevole responsabilità, alla stregua del manager di un’impresa.

L’incarico di indossare la fascia arriva per le ragioni più disparate: l’infortunio o l’espulsione del titolare del ruolo, una promozione improvvisa, nuovi equilibri nello spogliatoio e così via. La scelta, programmata o meno, può cadere su una persona che poi, in maniera spesso casuale, interpreta il ruolo come capo o come leader. C’è differenza? Sì, e anche tanta.

In sintesi, possiamo affermare che il capo tende a impartire ordini con autorità e decidere in autonomia, forte del ruolo ricoperto; il leader, invece, ha una più marcata tendenza all’autorevolezza, a fornire linee guida ai propri compagni, prendendo decisioni condivise e accettate. Purtroppo, in tante organizzazioni anche non sportive, si confondono i due termini e succede che il capo non sia un leader, anzi!

E allora, quali sono le caratteristiche che ci permettono di distinguere il capo dal leader e di comprendere se siamo più simili all’uno o all’altro? Al di là del contesto, il leader ha questi tre elementi che ritroviamo sia in ambito sportivo che aziendale:
1. Fiducia nelle proprie abilità e in quelle degli altri. È un approccio che fa leva sulla combinazione tra autostima e tutte le esperienze permeate di affidabilità, stima e fiducia reciproca.
2. Buone doti empatiche con cui comprendere e coinvolgere gli altri. È una modalità spesso sottovalutata, ritenendo che per un leader sia meglio mettere da parte l’emotività mentre è vero esattamente il contrario.
3. Il binomio tra motivazione e coerenza, indissolubile. Il leader immune da contraddizioni agisce nel solco degli obiettivi condivisi dai propri compagni che ne apprezzano sia la sostenibilità che la concretezza.

Questo dimostra che nessuno nasce con la leadership dentro, men che meno con quella che nell’immaginario collettivo si ispira a miti letterari, cinematografici o religiosi. Proprio la vita di tutti i giorni offre numerosi esempi di leader che possiamo serenamente definire “normali”: sono quelli che adattano il proprio stile ed imparano col tempo a farsi riconoscere come “Capitano, o mio capitano!”

La frase giusta: Per continuare ad essere dei leader e a guidare le persone, non smettete di imparare. (Charlie Chaplin)

IL SEGRETO DEL GIOCO DI SQUADRA

Capita che nelle aziende si utilizzino metafore legate allo sport per spiegare alcuni aspetti tipici delle relazioni fra le persone. Uno di questi è certamente il cosiddetto “team working”, ovvero il lavoro di squadra.

Anche nelle imprese, infatti, un gruppo di persone che lavora bene insieme ha più probabilità di raggiungere gli obiettivi prefissati. Ma cosa significa “lavorare bene insieme”? Significa, innanzitutto, agire in maniera compatta verso uno scopo comune anche se, come è giusto e comprensibile, ogni componente ha il proprio modo di fare e vedere le cose.

Ne abbiamo la prova dalla testimonianza di Michael Jordan, a detta di molti il più grande giocatore di basket della storia, quando afferma che “con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra e l’intelligenza che si vincono i campionati.”

D’altronde, quando il lavoro di squadra è armonico, registriamo subito:
– una distribuzione omogenea dei compiti attraverso la quale ogni giocatore si muove con maggiore sicurezza;
– una più diffusa focalizzazione sugli obiettivi e sul rispetto delle scadenze dettate da orari, allenamenti, partite;
– una trasmissione efficace delle informazioni corrette che agevola la capacità di prendere le decisioni migliori in tempi rapidi.
Quando, invece, mancano queste condizioni, succede che i giocatori si chiedano: «Perché dovrei scegliere ciò che è meglio per la mia squadra?» In questi casi uno o più membri del team potrebbe avvertire la sensazione di non avere più niente da dare o, addirittura, di perdere fiducia in se stesso e negli altri, siano essi compagni di squadra, allenatore o dirigenti.

Le cause di questa domanda possono essere eterogenee, ma solitamente riscontriamo:
– un calo di motivazioni;
– obiettivi poco chiari o poco condivisi;
– un livello di collaborazione basso.

Le aziende, e i gruppi in genere, che devono gestire questo tipo di problemi hanno poche, pochissime possibilità di risollevare le sorti del proprio andamento perché vengono a mancare gli elementi cardine del gioco di squadra. In questi casi è opportuno attivare un processo di analisi della situazione pragmatica e priva di qualsiasi forma di influenza personalistica. Nel mondo delle imprese si adottano, ad esempio, percorsi di team building, ovvero di costruzione o ricostruzione del gruppo.

I gruppi di lavoro che funzionano bene si riconoscono proprio da come sanno gestire i momenti critici, che è normale capitino, e che presuppongono una buona attitudine a mettersi in discussione. Quando questo accade notiamo subito che l’eventuale insuccesso viene distribuito tra tutti i membri della squadra e non viene scaricato sulle spalle di una sola persona. Notiamo come ogni componente porti il proprio bagaglio di conoscenze tecniche e relazionali all’interno del gruppo tramite uno scambio costante che arricchisce la qualità dell’impegno sotto tantissimi punti di vista.

L’interesse personale è perfettamente allineato a quello comune ed è subordinato agli interessi del gruppo: tutti i giocatori, indipendentemente dalle differenze tecniche che caratterizzano ognuno di loro, focalizzano il proprio impegno verso quegli obiettivi che l’imprenditore, ovvero la dirigenza, ha definito e condiviso in un processo di delega attivato con i crismi della competenza.

Non è un caso, infatti, che le aziende strutturate con questo approccio, dai team di Formula 1 alle franchigie professionistiche americane, prediligano il coinvolgimento di chi vanta una consolidata predisposizione alla ricerca del miglioramento delle proprie abilità attraverso il lavoro in team, una predisposizione che stimola esempio e senso di appartenenza.

Quali sono, allora, le caratteristiche comuni a quei gruppi che conseguono risultati in linea con le proprie aspettative? Cominciamo col dire che sono cinque e sono tutte parimenti indispensabili; la mancanza di una sola di queste condizioni, infatti, vanifica qualsiasi buona intenzione.

I pilastri sui quali erigere il lavoro di squadra sono collaborazione, comunicazione, relazione, fiducia e motivazione. Sono segnavia nella strada da percorrere per raggiungere quel piacere di giocare ed impegnarsi con il minor tasso di stress possibile a fronte di un deciso incremento del benessere psico-fisico, spesso non viene adeguatamente considerato.

Se per i primi quattro termini le possibili differenze di interpretazione sono pressoché minime, gli equivoci nascono più di frequente, sia nei gruppi sportivi che in quelli aziendali, intorno al concetto stesso di motivazione, una parola inflazionata che sottintende uno stato d’animo positivo a prescindere. In realtà, e gli esempi nella fattispecie si sprecano, la motivazione può essere stimolata da esperienze che ci piacciono di più e da altre di cui faremmo volentieri a meno.

DOCENTI AGGRESSIVI, PASSIVI O… ASSERTIVI?

Se ti risulta complicato farti sentire dai tuoi allievi, se non esprimi la tua opinione per paura del giudizio altrui, se hai l’impressione che il tuo parere conti poco o nulla, accidenti, potresti avere un deficit di assertività.
Il rischio che si corre in questi casi è tornare a casa col bruciore di stomaco per via dei troppi bocconi amari ingeriti. Anche perché alla fine ti rendi conto che la mancanza di assertività è un atteggiamento prima ancora che una scelta consapevole, perché, ahinoi! ci sono docenti preparatissimi il cui stile è caratterizzato o da passività o da aggressività.
E allora? Come si fa ad essere assertivi in aula? Innanzitutto, mostrando serenità sia dal punto di vista verbale che non, precisando che i due livelli hanno pari dignità e valore. L’unica differenza, sostanziale, è che si è portati a prestare meno attenzione alle componenti cinesiche che a quelle semantiche.

LINGUAGGIO VERBALE ASSERTIVO
Quando i docenti mostrano un atteggiamento aggressivo o remissivo (ovvero le due uniche strade con cui siamo addestrati a gestire certe dinamiche), si nota subito dalle parole che scelgono. Di solito sono scostanti e rabbiose nel primo caso o impacciate, tremolanti ed insicure nel secondo.
I docenti sereni, invece, scelgono la terza via, quella dell’assertività: sfoggiano un linguaggio chiaro, il tono è deciso, calmo e naturalmente empatico, soggetti, predicati e complementi sono messi in fila rispettando la capacità di comprensione dell’aula. Hanno imparato, chi prima e chi dopo, che l’atteggiamento assertivo non solo si impara, ma è un eccellente carburante nel serbatoio della loro didattica.

LINGUAGGIO NON VERBALE ASSERTIVO
Il docente che si rifugia nella passività denota un atteggiamento di difesa verso situazioni e persone ritenute pericolose, braccia incrociate sul petto e spalle piegate verso il basso a mo’ di protezione, una distanza eccessiva dall’interlocutore.
A sua volta, il docente che privilegia l’aggressività mostra una scarsa considerazione degli spazi interpersonali altrui, tende all’invadenza scortese, punta gli indici verso un discente per biasimarlo o esprimere un giudizio non detto.
Il docente assertivo, invece, dall’alto della sua intelligenza emotiva, non dondola e non sfrega oggetti, regola le distanze in base alla sensibilità delle persone, è rilassato e cordiale, le mani sono sempre in vista ed il loro movimento è aperto ed invitante.

CONCLUSIONI
Essere consapevoli dei propri stili comunicativi ci rende più efficaci, riconoscerselo non vuol dire stravolgere la propria professionalità, anzi. Pensare di cambiare atteggiamento è il primo passo verso una didattica assertiva, la migliore per sé e per chi vive l’aula con noi.
La nostra serenità, infatti, ci permette anche di distinguere le critiche personali dalle osservazioni nel merito.
Chi fa le prime ha un immenso bisogno di scaricare le sue frustrazioni, peccato abbia scelto il contenitore sbagliato: basta dirgli che ciò che afferma è talmente interessante per il tuo futuro (!) da poterlo divulgare anche altrove da te.
Chi fa le seconde è pervaso di curiosità, ti ha scelto come fonte cui abbeverarsi. Inizialmente può apparire quasi snob nella sua richiesta. Alla fine, invece, ti fa capire che proprio la serenità con cui hai condito la risposta vale tantissimo per la sua crescita.
Nei prossimi articoli approfondiremo il tema dell’assertività, nel frattempo respira energia positiva dalle persone che ti danno ciò di cui hai bisogno e quando ti va di imparare piacevoli e pratiche strategie per raggiungere il tuo prossimo obiettivo, contattami così!

MOTIVAZIONE: COS’È E COME FUNZIONA

Quando si parla di motivazione bisogna innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco: questo termine non ha un significato esclusivamente positivo, non sempre chi è motivato ha il sorriso stampato sulle labbra o sprizza energia da tutti i pori. Anzi, se per motivazione intendiamo la spinta ad agire, a mettere in atto comportamenti orientati ad uno scopo, se ne deduce che il MOTIVO alla base dell’AZIONE potrebbe anche essere una cattiva notizia, o uno stato emotivo negativo, o un risultato sotto le aspettative, situazioni che fanno scattare i cosiddetti “pensieri limitanti”, cioè quel dialogo interiore che porta a pensare: «Ecco, non mi riesce niente!»
È fondamentale valutare attentamente queste sfumature, perché è proprio in questi frangenti che si dovrebbero attivare strategie che indirizzino le energie nel verso positivo. Salvo casi limite, infatti, le persone non sono demotivate, ma può succedere che utilizzino il proprio potenziale in maniera disarmonica rispetto ai propositi iniziali.
Come far scattare allora la molla giusta quando ci sono quei giorni in cui vorresti semplicemente stenderti sul divano davanti alla TV? Beh, puoi cominciare con queste sette “app” da scaricare subito, apprezzatissime da molti atleti: 1) Visto che, secondo la medicina sportiva, non siamo altro che un sistema integrato tra una mente e un corpo, le cui componenti interagiscono e si modulano reciprocamente, è innanzitutto necessario fare qualcosa, muoversi in una direzione, cominciare da qualche parte, perché è probabile che resteremmo fermi se aspettassimo le condizioni ideali. 2) Parti da obiettivi che puoi raggiungere in breve tempo, soprattutto quando prevedi che l’impegno durerà un bel po’: scomponendo il tuo progetto in azioni più piccole, infatti, ne trovi certamente una che puoi iniziare e completare al volo. 3) Fissa una scadenza sfidante con un vero e proprio conto alla rovescia durante il quale apprezzi come ti stai man mano avvicinando al risultato atteso. 4) Non bruciare le tappe, soprattutto nelle fasi iniziali, e distribuisci uniformemente le energie fisiche e mentali di cui hai bisogno per approssimarti alla meta un po’ alla volta. 5) Segna i tuoi progressi tutti i giorni, sullo smartphone o su un diario, e osserva la fila di tanti piccoli miglioramenti, omogenei e costanti. 6) Scegli un’immagine che rappresenti il tuo obiettivo e mettila in posti a portata di sguardo: sul desktop, sul comodino, in auto… insomma, ovunque ci sia bisogno di un rapido promemoria. 7) Scrivi il premio che ti concederai ad ogni obiettivo raggiunto, piccolo o grande che sia e, quando te lo consegni, fatti i complimenti che ti sei meritato per l’impegno che ci hai messo.
Queste “app” hanno un pregio enorme: fanno scattare i cosiddetti “pensieri potenzianti”, cioè quel dialogo interiore che ti fa dire: «Ecco, ora sì che mi riesce tutto!»

(Ho scritto questo articolo per il Trento, lo trovi a pagina 29 del mensile “Passione Gialloblu“)